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domenica, 22 ottobre 2006

Intervista hardita non fuit!



Con colpevolissimo ritardo mi metto finalmente a scrivere un post che ho in mente da mesi. Chiedo scusa agli Harduo per averli fatti scomodare qualche tempo fa per poi far loro apettare che quello che chiedevo (e che mi è stato dato) venisse pubblicato.
Ma andiamo per ordine.
Alla fine di giugno è uscito un disco, si chiama Ovest Hardita Est. Ed è un disco degli Harduo.
Dal loro sito: L'Harduo è un duo di chitarre acustiche, composto da Raffaello Indri e Andrea Varnier, che si propone di far confluire le più diverse esperienze musicali all'interno di brani originali, composti ed arrangiati assieme, in un continuo confronto di stili ed idee, suggestioni ed influenze. La musica dell'Harduo non vuole identificarsi in un genere, pescare dalla tradizione o limitarsi al campo della "chitarra acustica", ma anzi prende la sua forza proprio dalla diversità ed eterogeneità dell'ispirazione, dalla sensibilità e dall'entusiasmo di due musicisti che imparano ogni giorno, attingendo da qualsiasi fonte, e che scelgono di esprimersi usando liberamente lo strumento, unico limite la fantasia.
Per quanto mi riguarda, gli Harduo sono il gruppo di Palka (cheppoi è Andrea Varnier), ragazzo capellone e dalla nomea di uomo tenero e garbato che attraversa di tanto in tanto le lande dei forum di multiplayer.it. Un tot di tempo fa mi è capitato di ascoltare un suo pezzo, intitolato Lucilla, di cui sono subito diventato spasimante. Con tali pre-referenze e con un po' di preascolti, non ci ho messo molto a desiderare quel disco. Non mi sarei sbagliato.
Ovest Hardita Est è un lavoro che se me lo immagino, in testa mi figuro come un'apertura, una finestra spalancata che trascina con sé una corrente d'aria e uno sguardo che è costretto ad affacciarsi su una sorta di mondo parallelo, fatto di suoni e colori e movimenti, di calore d'estate, di atmosfere indistintamente orientali, e anche di un'uggiosa cupaggine (questo termine me lo sono inventato, mi suona meglio rispetto a "cupezza"). È un disco equilibrato e variegato, non è mai banale. Ogni pezzo contiene una varietà di elementi musicali, e mi riferisco sia allo stile, che ai suoni, che agli strumenti, che alle atmosfere, che alle sensazioni che dà. E mi sa pure che in un certo senso è un disco un po' paraculo (), nel senso che certe frasi sembrano banali, sai come andranno a finire e invece no! te le ritrovi concluse in un modo diverso, inaspettato e spiazzante.
Non è un disco assimilabile al primo ascolto: almeno per quanto riguarda me, c'è voluto un po' a digerire certi fraseggi frenetici e rapidi, o certi cambi melodici improvvisi. Ma alla fine la musicalità, un'orecchiabilità consapevole, per così dire, mi hanno conquistato. Per giorni e giorni Ovest Hardita Est è stata la colonna sonora dei miei viaggi in macchina, mi ritrovavo a canticchiarne melodie mentre cucinavo o passeggiavo.
La sensazione prevalente è una sorta di ottimistica gioia, di calda freschezza baciata dal sole, di colorata felicità di vivere. Mi riferisco in particolare a The last summer, Er Geo, e soprattutto a Danza della sabbia, dove un turbinio travolgente di note provoca un'irrefrenabile contentezza, che si esprime in sorrisi, groppi in gola d'emozione e invincibile cinetica. Bellissima se siete lungo la strada per Sabaudia, o sul lungomare sempre di Sabaudia, tutti belli e felici e agitati...
Silent in Bodrum ti porta in un imprecisato oriente, e ti spiazza con pennellate di blues. Sa di oro scuro.
Ovest hardita est è un alternarsi di attenzione e rilassatezza, di riflessioni e di occhi chiusi senza pensare. È difficile da rendere questa idea, quindi ascoltatela, e  basta.
Lajania è quella che mi piace di meno, soltanto perché avendo un testo non è immediata (nel senso di non-mediata) come le altre, come se avesse un solo binario di percorrenza. Ma è comunque un pezzo ben fatto, con un'ottima Flavia Quass alla voce.
Solar device è il brano più methenyano del disco, di quel Metheny dei 70's tutto bello acustico. Non la stessa cosa, ma ci riconosco tanti echi. Un motivo in più per apprezzarla (oltre al titolo, che è una figata).
E concludo con Improprobabile. Non solo perché probabilmente è la mia preferita (insieme a Danza della sabbia) ma anche perché... il perché lo capite ascolando tutto il disco. È questa la traccia in cui compare la cupaggine di cui dicevo. È un brano che mi coinvolge particolarmente, all'opposto di Danza della sabbia. Guido statico e attento, occhi seri, un tantino feroci. Il bridge (sempre che sia il bridge, non sono mai sicuro di questi sezionamenti) mi dà un brivido lungo la spina dorsale, che sale e sale e mi esplode nel cervello nel corso dell'inciso. Mi ricorda tantissimo le atmosfere del film Il collezionista di ossa. Così come Metheny, altra stimolazione di un nervo-passione: Jeffery Deaver. Divento matto, da un brano all'altro, non è colpa mia, sono gli Harduo, mannaggia a loro...

Non sono sceso nei dettagli parlando del disco in sè, e questo perché (come dicevo all'inizio e come si sarà già capito) Andrea Varnier e Raffaello Indri sono stati tanto gentili da rispondere a qualche mia domanda, in una sorta di intervista che pubblico qui di seguito. Grazie tante, ragazzi, davvero.

    Iniziamo con una banalità necessaria: da quanto tempo suonate,e quale è stato più o meno il vostro percorso artistico?

Andrea Io suono da circa 21 anni. Ho iniziato con la classica, a 10, e ho preso lezioni private, in maniera discontinua, per qualche anno. Contemporaneamente mi sono avvicinato alla musica che più mi piaceva (il metal :)), da autodidatta: non esistevano all'epoca insegnanti qualificati e bravi come Raffa!
Poi ho suonato in diversi gruppi, e a dire il vero per un periodo avevo quasi accantonato l'idea di fare il musicista. Fino all'aprile del 2004, quando a Trieste ho partecipato ad una clinic di Tommy Emmanuel. Un'esperienza per me importantissima, mi ha toccato profondamente, e mi ha fatto capire che nella vita io voglio suonare la chitarra! Sembrerà ridicolo, ma a quel giorno (22 aprile), io faccio risalire l'inizio della mia "vocazione acustica" :)
Da qui un paio di incontri con Paolo Sereno, poi seminari con Franco Morone, Davide Mastrangelo, Ed Gerhard.
Ora mi sto dando da fare, e i segnali positivi non mancano: primo premio al concorso "Wilder-Davoli New Sounds of Acoustic Music" l'anno scorso, contratto con Folkest e pubblicazione di Ovest Hardita Est quest'anno, senza dimenticare i Déja, ovvero la preziosa collaborazione con Serena Finatti (bravissima ed ispirata cantautrice friulana), che mi sta dando tanti stimoli e soddisfazioni, e che spero si concretizzerà presto in un bel disco contenente i suoi pezzi arrangiati da me per chitarra.

Raffaello
Io invece suono da circa 17 anni. Ho anch'io iniziato il mio percorso con la chitarra classica e il primissimo saggio-concerto che ho fatto è stato proprio in compagnia di Andrea (è in quell'occasione che ci siamo conosciuti). Dopo tre anni di chitarra classica è arrivata l'elettrica. Per un buon periodo ho portato avanti lo studio da autodidatta (effettivamente all'epoca non esistevano insegnanti preparati) poi mi sono sono iscritto all' Accademia di Musica Moderna di Verona e in seguito all' Accademia Lizard di Fiesole dove, sotto la guida del maestro Alex Stornello mi sono diplomato in chitarra elettrica ad indirizzo Heavy-Fusion. Il piacere per la conoscenza tecnica e armonica dello strumento mi ha poi portato ad avvicinarmi ad altri insegnanti come Gaetano Valli per il Jazz, Massimo Varini per l' arrangiamento Pop e a partecipare a numerosissimi seminari di artisti di fama nazionale ed internazionale. A livello di band attualmente sono impegnato con i Garden Wall (band progressive con la quale ho registrato 3 cd e dove attualmente stiamo lavorando al quarto), i Burnin' Dolls (la band Metal in cui suono affianco a Camillo Colleluori, Alessandro Serravalle e Rudy Berginc), i Rain (band tributo ai Deep Purple) e ovviamente l' Harduo. Ci sono poi alcuni progetti paralleli di collaborazione con diversi amici-musicisti e un mio personale lavoro legato alla composizione di colonne sonore per film Horror (Occult-Action). 

[Complimentoni! n.d.R.]

    Lo sapete che siete davvero bravissimi (non accetterò risposte che contemplano modestia)?

Andrea
Mah, non so Raffa, ma io sì!! :D

Raffaello Grazie è sempre un piacere sentirselo dire... Andrea non sei più mio amicco! :D

    Nel booklet di Ovest Hardita Est non è specificato, credo: come vi dividete il lavoro?

Andrea e Raffaello I nostri pezzi nascono quasi sempre da un'idea, un embrione che uno dei due propone all'altro. Può essere un tema (come è stato nel caso di "The Last Summer"), o un riff ("Er Geo"). Poi, insieme (e qui credo stia la chiave), iniziamo a sviluppare, arricchire, tagliare, incollare, colorare. Ma non esiste un processo codificato, né una divisione consapevole del lavoro: i brani nascono dalla gioia e dal divertimento di suonare insieme. Ci sono canzoni che sono il risultato di un processo evolutivo durato mesi (e forse anni come "Er Geo", a cui abbiamo continuato ad apportare piccole modifiche anche durante la registrazione del cd), ed altre che sono nate di getto e spontaneamente (ad esempio la "Danza della sabbia", composta praticamente tutta durante una Pasquetta di qualche anno fa :)).

    Avete in programma di spostarvi dalla vostra zona e scendere a fare concerti più a sud (magari dalle mie parti)? E nell'eventualità, come sarebbe possibile invitarvi a suonare?

Andrea Beh, tendenzialmente noi vogliamo suonare il più possibile, e ovunque. Invitateci! Scriveteci, le mail sono sul sito.

Raffaello Magari! Crediamo vivamente che la nostra proposta musicale possa essere apprezzata da un pubblico di diversa estrazione, ogni invito è ben accetto.

[Speriamo...n.d.R.]

    Dite qualche parola sulle vostre composizioni, in generale.

Andrea Le nostre composizioni... credo che siano così varie che mi risulta quasi difficile parlarne in generale. Voglio dire: abbiamo lavorato per più di quattro anni ai pezzi che appaiono su Ovest Hardita Est. Come puoi immaginare, in un lasso di tempo così lungo, i brani sono cresciuti con noi. Ecco, se devo dire qualcosa in generale su questa musica, posso presentarti il disco come un diario musicale. In esso c'è un riassunto, o meglio una serie di istantanee dei momenti importanti (piacevoli o meno), di questo tratto di vita e della mia crescita come musicista e come uomo.

Raffaello Potrei aggiungere che ogni nostra composizione rappresenta una sorta di viaggio che parte dalla musica per parlare di noi stessi.


    Idem come sopra, ma stavolta su un brano specifico.

Andrea Considerando quello che ho detto prima, ti posso parlare della "Danza della Sabbia", canzone per cui l'input principale è arrivato da me. La danza non è altro che il saltellare dei granelli di sabbia in una clessidra: è un pezzo che parla del tempo, e dell'attesa. Di tutte le volte che, nella vita, ti ritrovi a dover aspettare, fare ricorso a tutte le tue forze per non lasciarti andare ed avere fiducia che il domani ti porterà qualcosa di buono. Non è uno stato d'animo facile, ed è un tema caro ai musicisti, perché ti metti in gioco completamente, e i risultati spesso non ti ripagano di tutti gli sforzi che fai.
Il brano è molto solare, e gioioso: non ti stupire, è la mia reazione tipica! Nei momenti più tristi per me nasce la musica più allegra :)

Raffaello Parte proprio da un viaggio l'ispirazione che mi ha portato a scrivere "Silent in Bodrum". Bodrum è una piccola cittadina nel sud della Turchia che si affaccia sul mar Egeo. Quando ci sono stato sono rimasto affascinato dalle soluzioni melodiche e timbriche di alcuni strumenti musicali locali come il "Baglama" e l' "Ut". Da qui l'ispirazione a costruire un brano che potesse diventare una sorta di ponte tra diverse culture musicali, un viaggio attraverso le sonorità mediorientali, il blues, il metal e il romanticismo neoclassico. È probabilmente il brano che  sintetizza di più la mia attitudine sia di musicista che di persona ovvero viene espressa l'idea che nella contaminazione dei generi musicali ci possa essere un notevole potenziale comunicativo ed emotivo... a questo punto si potrebbe entrare anche in discorsi politico-sociali ma rimanendo in ambito musicale potrei dire che in "Silent in Bodrum", come un pò in tutto il disco dell'Harduo, è forte l'idea di unione come momento di crescita.

    Perché avete scelto proprio quegli strumenti come compagni del viaggio Ovest Hardita Est? E perché la lingua spagnola per Lejania?

Andrea e Raffaello Sinceramente non è stata una scelta ragionata, o non fino in fondo per lo meno. Volevamo arricchire la nostra musica, e abbiamo fatto un po' una lista degli amici musicisti che avrebbero potuto partecipare alle registrazioni. Quindi ottimi musicisti sì, ma prima di tutto amici. Pensa che il percussionista abita davanti alla nostra sala prove! :D
Per quanto riguarda lo spagnolo, Flavia ha lavorato per diversi mesi alle isole Canarie, ed è diventata la sua seconda lingua. Ci piaceva il tocco 'esotico' che conferisce al pezzo.

[Voglio il testo. n.d.R.]

    Qualche parolina sui vostri colleghi..?

Andrea e Raffaello Innanzitutto vogliamo ringraziare pubblicamente tutti quanti per il lavoro fatto e per come hanno davvero impreziosito il disco.
Flavia Quass è la 'nostra' cantante ormai da due anni, una collaborazione che ha portato molto ad entrambe le parti (spero! :)), ci accompagna nei concerti, ci dà tutto il suo entusiasmo, è una vera amica, oltre che una bravissima cantante ed una persona deliziosa.
Pietro Sponton, il percussionista, nonché vicino di casa, è un professionista e un insegnante molto quotato e stimato in regione e non solo. Collabora e suona in diversi gruppi, non ultimo l'Indovinatoduo (www.indovinatoduo.com), una formazione di musica celtica e irlandese, in cui suona proprio con Fulvia Pellegrini, anche lei diplomata e insegnante da diversi anni, violinista che sta velocemente acquistando credibilità ed esperienza nel settore.
Infine il mitico Christian Bertok, un vero asso del suo strumento (flauto traverso), in possesso di una tecnica strabiliante e capace di improvvisare su qualsiasi cosa. Un grande!
E non dimentichiamo il nostro amico-fonico Davide Linzi. E' grazie al suo prezioso contributo in fase di mixaggio e di mastering che il disco suona così bene!!

    Entrando nel merito delle vostre composizioni: qual è il motivo del vostro fare musica?

Andrea Come ho già accennato prima, l'Harduo nasce dal divertimento di suonare assieme, di provare a fare "metal" con le chitarre acustiche, in un certo senso.
Per me c'è anche una forte componente di sfida, perché suonare al livello di Raffa non è affatto facile, e una notevole percentuale di interesse didattico, perché quando lo ascolto lo studio e cerco di rubargli più idee possibile, anche se lui non lo sa!! :D

Raffaello Di base c'è una forte intesa musicale che per me è davvero appagante. Nel processo creativo di composizione a quattro mani spesso si innesca quella fase di entusiasmo ed esaltazione collettiva che è uno dei momenti più belli del fare musica. Diventare padre di un brano e poterne condividere la soddisfazione con un amico è davvero fonte di gran gioia.

    Che effetto vi fa?

Andrea Mi fa stare bene, e mi dà energia.

Raffaello Mi fa stare bene, e mi dà energia.

[ahah, simpaticoni! n.d.R.]

    Che cosa significa per voi avere dei fan?

Andrea Bella domanda! Per me è una sensazione strana, però è indubbiamente una soddisfazione sapere che la nostra musica viene apprezzata e seguita!

Raffaello Avere dei fan è una forma di riconoscimento al lavoro svolto, è indubbiamente gratificante e diventa uno sprone a non deluderli e a cercare di fare sempre meglio.

    Ci sarà un prossimo disco (spero con tutto il cuore di sì)? Un'anteprima? Qualche anticipazione?

Andrea Ma certo che ci sarà un secondo disco! Abbiamo già quattro nuove canzoni pronte. Questa volta (lo dico come anticipazione), io vorrei fare un disco molto più scarno, che catturi l'essenza live dell'Harduo. Quindi due chitarre e basta.

Raffaello Ci sarà... a dir la verità io pensavo di fare un disco molto più sinfonico...tipo duo di chitarre e orchestra di musica classica :D...dopo uno scontro di ju-jtsu decideremo la veste del nuovo disco :D

    Una domanda per Palka aka
Andrea Varnier, anche se non c'entra niente: mi parleresti di quel gioiellino di Lucilla, per favore?

Beh, che dire? Intanto grazie per averla definita "gioiellino" :))
Lucilla mi sta dando non poche soddisfazioni, dalla vittoria al concorso di Sarzana, alle email che ogni tanto ricevo di persone che capitano sul mio sito e l'ascoltano. Ti posso dire che il tema principale è stato ispirato (ovviamente? :)), da una fanciulla leggiadra et bellissima, con una luce particolare negli occhi (da qui il titolo), e che con tutta probabilità sarà presente nel cd con Serena (Finatti, la cantautrice di cui sopra), come "momento chitarristico" :)

    Una per Raffaello Indri: quanto c'è nel disco del "maestro Raffaello Indri"?

Il mio contributo maggiore è quello legato all' aspetto solistico-melodico, per quanto riguarda l'aspetto compositivo in ogni traccia c'è un equilibrato contributo di entrambi...

    Grazie!

Andrea e Raffaello Grazie a te :) e grazie a tutti quelli che si interessano alla nostra musica, ci supportano ai concerti e comprano i cd!

    Mi sono scordato di chiedervi, quando vi ho "intervistato", perché il disco si chiama in quel modo. Mi rispondereste nei commenti, se vi va?





Davvero, compratelo il ciddì, ché costa pure poco (sul sito ci stanno tutte le istruzioni). Fate pure una visita a www.raffaelloindri.it e www.andreavarnier.com .

postato da: Solarithan alle ore 23:08 | link | commenti (7)
categorie: musica, poesia, interviste
lunedì, 24 aprile 2006

Is fotografias e sa fotografa.


Oggi scrivo delle fotografie di Morettina.
È piuttosto difficile riuscire a delineare una struttura per questo post. Nel momento in cui lo concepivo non mi ero reso conto di quanti spunti offrisse, tra cui perfino un collegamento abbastanza diretto con i Pearl Jam (ma di questo parlerò meglio più in là).

Per chi non lo sapesse, Morettina è la moderatrice del forum di bloopers.it (please vedere e magari clickare i linki a lato). E solo per questo, spulciando tra il suo profilo e la sua firma nel forum, ho scoperto che fotografa e i siti che raccolgono le sue fotografie. E ho molto apprezzato i suoi scatti.

Ma andiamo per ordine.

Innanzitutto, una necessaria premessa: io non sono un esperto di fotografia, né credo di far riferimento a particolari chiavi di lettura nel momento in cui ne leggo una. Semplicemente, posso apprezzarla o no, e magari tirarne fuori un'interpretazione. Ed è una delle cose che farò in questa sede. Secondariamente non sarò solo io l'autore di questo post: Morettina stessa ne sarà parte attiva, con le sue foto, naturalmente, ma anche con le parole. È stata così gentile, infatti, da rispondere ad alcune mie domande in una specie di intervistina che si potrà leggere più avanti.

Le opere di Morettina si possono trovare a due indirizzi: il suo sito personale, e la sua galleria su deviantART. Proprio in quest'ultima ho scoperto con sorpresa e con quella sorta di entusiasmo da fan il collegamento ai PJ cui accennavo supra: il soggetto della foto intitolata Towards the sky è la stessa che abbellisce il booklet di Yeld e la copertina del singolo di Given to fly, solo da un'altra angolazione.

Se dovessi definire quella che potrebbe a mio avviso essere la spinta di Morettina verso la fotografia, lo farei dicendo che consiste nel palesare, per dargli forma e mantenerlo vivo, il suo legame con la terra. Con la terra dove vive, la Sardegna e in particolar modo Cagliari, con la terra delle donne e degli uomini, della natura più o meno trasfigurata, degli edifici, dei fiori, degli animali. Solo una foto, tra quelle presenti nel suo sito, non rientra in questo gruppo. È la prima che ho visto, e la prima che mi ha colpito. Non avendo badato al titolo, a una prima occhiata mi era sembrata una parete o qualcosa del genere, salvo poi scoprire che era il dettaglio di lana intessuta. Si intitola, infatti, Wool. Ha un nonsoché di intimistico, mi rimanda alla sensazione di un abbraccio, i suoi colori danno calore.

L'attenzione per il dettaglio si ravvisa soprattutto nella prima galleria, Architecture, dove l'obiettivo tende a sezionare l'ambiente urbano e a cogliere singole manifestazioni architettoniche, o al massimo a incitare a ciò che contorna il palazzo a stringersi e a provare a entrare nel fotogramma. Parlo di Where flying dreams come true, in cui l'occhio corre lungo le linee della struttura, salvo poi accorgersi di una luce che brilla più sotto e vuole farsi notare; di Chatting, dove l'aquila ascolta il mascherone lamentarsi di quella posizione scomoda; di Old Town, in cui un pezzo di Cagliari è affiancato da piante, rocce e dalla sensazione di calore del sole in un tutt'uno che mi sa di primo pomeriggio di relax.

La sezione People è quella che mi invita ad un'analisi più appassionata e magari confacente ai miei interessi. Come spesso succede, le foto di persone dicono molto di più di quello che apparentemente mostrano. Sanno parlare del soggetto, certo, ma anche dell'autore dello scatto, ne disvelano l'occhio e la presenza, raccontano storie e contesti e anime.
Life is heavy to carry on è un'immagine dettaglio e universale allo stesso tempo. È segno tangibile della fatica di una vita e di tante vite come quella. È anonima e personale allo stesso tempo. E marca nettamente la differenza tra la stanchezza costante, quasi eterna abitudine, della donna clochard e quella temporanea, un lungo sbadiglio d'attesa annoiata, del viaggiatore appoggiato al carrello sulla destra.
Rain of light racchiude l'essenza esteriore del rito religioso, manifestandone l'addobbo nello stendardo di Maria Stella del mare, nella divisa tirata a lucido del marinaio e nella pioggia pirotecnica, ma suggerisce anche allo sguardo profondo l'anima del rito stesso: nel corpo leggermente reclinato del giovane si intuisce l'attenzione e l'ascolto verso il rito, mentre dal contrasto netto luce-ombra traspare la forza misterica del momento rituale (e mi piace vedere che sul corpo che indica la presenza umana luce ed ombra siano in realtà gradualmente avvicendantisi; anima e corpo non possono far altro che convivere prevalendo o soccombendo secondo i momenti e le circostanze).
Regina è stupenda nel suo spiegarsi come descrizione densa (rubo spudoratamente e presuntuosamente la definizione a Clifford Geertz): presente e passato e futuro si fondono e scorrono attraverso gli occhi di Regina. Il passato alle sue spalle è offuscato, confuso, massa indistinta (per l'osservatore) di ricordi e vita che trovano forma netta solo nelle rughe del volto di lei. La donna è assorta, lo sguardo sembra essere perso ed errante, nostalgico e sognante, ma i riflessi sugli occhi sono segno di una consapevolezza indirizzata al futuro. Regina sa guardare avanti senza dimenticare, non volendo dimenticare. Con l'abito e gli orecchini tadizionali, questa donna, bellissima nel suo essere segno evidente di luoghi e tempi, è crocevia di epoche e vite.
L'esatto contrario della bimba di Sugar girl, del tutto proiettata solo nel suo presente di zucchero e dita da leccare, di sbarazzina vanità di trecce, di luce e colori. Se non fosse per quegli orecchini tanto simili a quelli di Regina...
I mondi di Regina e Sugar girl non sono distanti, non sono altro che parti sezionate di un continuum. Lo dimostra Granny's pride, in cui il presente di nonna e nipote ricongiunge e armonizza le singolari, distanti vite delle due foto precedenti, condendole di gioia e serenità.

Non mi soffermerò molto sulla sezione Sea and Land, se non per dire che sono splendide foto da cartolina (come una di loro esplicitamente fa intendere) molto curate ed evocative. Solo qualche parola per Freedom: immagine mozzafiato nella sua dinamica staticità, nel suo intensissimo istante di tensione in forte contrasto con la placidità del paesaggio.

Della sezione Nature adoro l'attenzione al particolare, al disvelamento di quello che compone i grandi paesaggi delle foto precedenti (un po' come la gerarchia delle foto di Architecture). Considero I'll catch you una foto del tutto riuscita negli intenti, secondo quanto dirà Morettina più avanti: mi fa ridere, tanto. Dream on sembra uno scorcio di savana. Flowers è la tenerezza resa immagine: gli espressivissimi occhi del cucciolo scaldano il cuore, e l'accostamento col fiore dà a quest'ultimo quasi una parvenza di vita animale.


Ed ora lascio la parola a Morettina. La ringrazio molto per aver risposto alle mie domande, permettendomi di porre la ciliegina su questa torta-post.


Allora, iniziamo con una di quelle domande un po' stupide e che, credo, possano significare tutto e niente. Perché fotografi, Morettina? E da quando lo fai?

Fotografo semplicemente perché mi capita spesso di imbattermi in immagini, scene, persone che mi suscitano un'emozione. Spesso si tratta di situazioni che per la loro natura fugace solo con la fotografia possono essere fermate: certe condizioni di luce, l'espressione di un viso, per esempio. Ho scoperto la fotografia molto tardi - diciamo circa tre anni e mezzo fa.

Quando fotografi, hai un soggetto o una categoria di soggetti preferita, concepisci gli scatti secondo categorie, o la disposizione delle foto sul tuo sito riflette un'organizzazione posteriore al momento della creazione dell'opera? Semplificando, fai foto pensando "questa è una foto architettonica, questa di paesaggio", oppure semplicemente apri e chiudi l'obiettivo e poi dici "Mmm, questa la metterò tra le foto di persone!"?

Ho iniziato soprattutto fotografando paesaggi naturali e angoli della mia città, che amo molto, ma più recentemente trovo interessanti anche alcuni soggetti umani. Non mi capita di andare in giro con la mia reflex pensando di scattare soltanto foto appartenenti ad una certa categoria: semplicemente mi guardo intorno e scatto tutto ciò che mi piace.  Le categorie in cui ho diviso le immagini nel sito nascono più che altro da una questione di praticità per il visitatore del sito stesso...

Penso che, nelle tue foto, natura e paesaggio umano è come se si trovassero in lotta, in un continuo fronteggiarsi. Penso giusto? E tu che pensi in proposito?

A volte sì, è vero che natura e insediamenti umani spesso appaiono in contrasto (soprattutto in alcune foto, Humans will not prevail o Menace over the town ad esempio).  Di solito comunque cerco di evitare di riprendere le brutture create dall'uomo, quando queste deturpano sul serio il paesaggio. E mi piace molto invece quando c'è una buona simbiosi fra i due piani.

Usi il fotoritocco? Per quale motivo?

Di solito uso il fotoritocco con la maggiore parsimonia possibile, soprattutto per migliorare il contrasto fra toni chiari e scuri, o in alcuni casi per rendere monocromatica una immagine a colori. Evito gli effetti speciali, i cambiamenti artificiosi delle tonalità e cose del genere. Trovo però che photoshop sia estremamente utile anche per il tipo di ritocco che faccio io, che normalmente sarebbe ottenibile in camera oscura con procedimenti piuttosto complessi. Digitalmente invece è tutto più semplice e rapido.

Vorresti commentare alcune delle fotografie da me preferite?

Con molto piacere :D

Building

Questo è uno dei pochi casi in cui il fotoritocco è piuttosto avanzato, in quanto è stato necessario correggere la deformazione prospettica data dalla lente. Volevo invece ottenere linee perfettamente dritte, e questo sarebbe stato possibile solo con alcuni obiettivi molto costosi o con macchine fotografiche a grande formato. Mi ha sempre colpito, questo edificio, per la solarità dei suoi colori in un contesto urbano molto grigio e per il suo carattere quasi da casa di bambola. E pensare che invece è la sede di una banca...

The city of fairies

Questa è stata scattata in un bel parco di Cagliari, Monte Urpinu, in un angolo tranquillo dove si sente un piacevole senso di armonia fra il verde e le abitazioni poco lontane. Quel giorno, poi, i toni pastello del cielo e quelli dei muri della città antica illuminati dal sole erano davvero spettacolari. L'atmosfera nel complesso era quasi fiabesca, da cui il titolo.

Chatting

Un dettaglio di una vecchia villa abbandonata, in un altro parco non lontano da casa mia. Mi piaceva la strana corrispondenza emotiva fra l'aquila e la maschera...

Life is heavy to carry on

E' una delle mie foto preferite... Tu che eri presente forse ricorderai che l'ho scattata di fretta prima che lei si accorgesse di essere ripresa. Questa infatti è l'unica immagine che sono riuscita a scattare. Quando si è voltata, avvertita da un'altra donna che mi aveva vista, ho smesso di riprenderla perché - giustamente - era parecchio infastidita, anzi, a dirla tutta, piuttosto infuriata... :D [come dimenticare le ingiurie e gli sputi in terra a mo'  di maleficio? n.d.R.] L'ho pubblicata comunque, sia perché non è riconoscibile, sia perché la vedo più che altro come un'immagine dal significato fortemente simbolico e come tale universale più che legata alla sua condizione individuale.

Regina

Questa donna, ottantenne, ha una faccia favolosa, secondo me. Tutta la sua storia è nei segni profondi del viso, nella tristezza degli occhi. Oltretutto indossa ancora il costume tradizionale sardo, in particolare una bella camicia orlata di pizzi. Credo che qui il tono seppia fosse un must...

Freedom

Un'altra delle mie preferite... Oltre alla bellezza del posto (le Rocce Rosse di Arbatax), ai colori bellissimi del mare e della pietra, personalmente mi trasmette ogni volta che la vedo un gran senso di gioia. Quel pomeriggio ho scattato diverse foto di questi ragazzi giovanissimi che si lanciavano dalle rocce, un paio di loro dal punto più alto. Questa però è la più significativa, soprattutto per la bellissima armonia del volo d'angelo.

I'll catch you

Mi piace l'idea che una foto possa regalare un sorriso. La buffa caccia delle anatre è divertente da fotografare, se si riesce a trovare il momento giusto. In questo caso sono stata abbastanza fortunata da poter sfruttare una buona composizione in diagonale. Peccato che le condizioni di luce non fossero delle migliori.

Flowers

Il piccolino era piuttosto intimorito, non sapeva bene cosa fare anche se la macchina fotografica lo incuriosiva molto. E' un'immagine molto tenera.


 


Come Perla quotidiana, corollario a questo post, ho scelto, giustamente, una canzone di Yield, Faithfull. La trovate qua, e ne leggete il testo qui. È tratta dal concerto al Velodromo San Sebastian, Spagna, del 26 maggio del 2000.

Buon ascolto, e grazie dell'attenzione.








postato da: Solarithan alle ore 15:11 | link | commenti (2)
categorie: natura, musica, poesia, perle, interviste, arti visive, fotografia, pearl jam