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giovedì, 20 marzo 2008

Il cacciatore cacciato e l'abbacchio abbacchiato

Da Latina Oggi di ieri (ahahah) 19 marzo 2008:



Clicca per ingrandire


Che dire? Una disgrazia a metà tra un incidente di caccia ed una banale sciagura domestica. Direi che il (povero) tizio s'è trovato dalla parte sbagliata del fucile. Quella che di solito tocca a uccelletti, fagiani, beccacce, cinghiali e così via. Una miriade di pallini in faccia e la mascella letteralmente spappolata. Mmm, gnam gnam! Ah, no, aspetta: è successo a una persona in questo caso, in questo caso!
Mi dispiace, ma forse mi dispiace di più per i suddetti uccelletti, fagiani&Co.. Loro non hanno chirurghi maxillo facciali. Loro non possono contare su una moglie shockata ma risoluta: quando vengono colpiti e riesconocomunque a fuggire, si rintanano da qualche parte ad agonizzare quel tot prima di morire. Né possono contare in un ricovero d'urgenza, se non quello in un forno o una casseruola, in un bel letto di polenta. E amen.

Sempre da quel Latina Oggi:



Ora, già il fatto che in quest'articolo mettono la foto di un agnello vivo è cosa ridicola (per non parlare della didascalia: "nella foto sotto gli agnelli (ma non è uno?) da cui nasce l'abbacchio; da ciò si deduceche l'abbacchio è il nipote di una mamma-pecora). Ma vabbé.
Abbiamo l'abbacchio certificato, wow. Un prodotto genuino e tradizionale del nostro territorio.Ariwow, genuino. Bah.
Io stavo pensando ieri, sull'autobus, che magari si potrebbero certificare altre cose, anche, tipo i giovinotti del nordlazio: gli metti un bel marchio-bandiera tricolore su una chiappa e via. O perché non i gemellini sardi? E gli infanti milanesi? Son giovani e teneri anche loro, sono gustosi gli agnelli, lo saranno pure loro, no?
E lo so, lo so: anche io mangiavo e apprezzavo l'agnello. Ma poi ho smesso, punto. E ogni tanto voglio essere polemico, ogni tanto mi voglio un po' sfogare. Anche perché sento l'impellente bisogno di espiare l'ignoranza di quel tempo che fu e le cattive azioni (per il mio corpo e per i loro corpi) riassumibile nella frase: mangiare carne.


P.S.: ci sta bene, e dà un tocco di ironia al tutto:


lunedì, 15 ottobre 2007

Spunti personali di riflessione su un'alimentazione un po' più consapevole.

Ma pensa te, avevo scritto una cosa per un contesto che non era questo blog, una cosa che includeva tematiche ambientali, e scopro adesso che oggi è il Blog Action Day. Molto comodo, dunque, copiaincollare quello scritto qui. L'unico limite è la lunghezza, e la poca aderenza al contesto bloggaro, ma allego il .pdf e passa la paura: chi vuole se lo legge, chi non vuole amen.

Spunti personali di riflessione su un'alimentazione un po' più consapevole.

Buona lettura e grazie dell'attenzione.

sabato, 21 luglio 2007

Lautari string back!



...questa volta indossavo una camicia grigia a maniche corte e niente panama, e neppure loro erano gli stessi.
Ma con la stessa contentezza, e per caso, mi sono imbattuto di nuovo nei Lautari, davanti la chiesa dell'abbazia di Fossanova. Stavolta erano in quattro, sempre Katharina Pesch al violino, Paolo di Massimo al mandolino più una bravissima cantante e suonatrice di bodhrán, Eva Danesi (credo) e un chitarrista di cui non conosco il nome.
Le similitudini con il concerto dell'anno scorso sono tante: la musica, innanzitutto, i bambini ballerini, la piacevolezza dell'esecuzione, i CD Live at Matt Molloy's in vendita. Con la differenza che, in quartetto, la musica è stata di più ampio respiro e che, se possibile, sonostati ancora più bravi.
In particolare, tra le cose rimaste le stesse, la didattica dei Lautari, leggera ed esauriente allo stesso tempo: lo sapete che le street jigs sono in 9/8, diversamente dalle jigs vere e proprie che sono in 6/8? Io prima no, adesso sì.
Alla fine, abbiamo fatto una chiacchierata veloce con Katharina Pesch, che, pensa un po', ci ha detto, tra le altre cose, che fanno concerti anche per i matrimoni.
Chapeau, signori.

postato da: Solarithan alle ore 01:56 | link | commenti (5)
categorie: musica, concerti, culture
venerdì, 09 marzo 2007

Un fagiolo solo non basta.



Biodiversità rurale :: Il portale di Civiltà Contadina e dei seed savers italiani


P.S.: date un'occhiata al nuovo link aggiunto agli altri, lì sulla sinistra: è un blog bellissimo!

postato da: Solarithan alle ore 23:55 | link | commenti (2)
categorie: natura, culture, agricoltura, cucina e gastronomia
domenica, 25 febbraio 2007

Noi siamo troppo avanti.



Può capitare che si pensi che Latina sia una città fascistoide, un tantino ignorantella sotto un'apparenza di fighettaggine sparsa qui e lì, oppure che la gente preferisca apparire più di quello che possa permettersi. Chessò, una bella macchinetta e niente in tasca. Si diceva pure che questa fosse (non  so se lo sia ancora) la città più protestata d'Italia, bancariamente  parlando.
Però c'è sicuramente un settore  in cui  mi sembra che eccelliamo: sto parlando dell'accoglienza e delle dinamiche d'integrazione degli immigrati. Ce n'è di tutti i tipi, polacchi, rumeni, ucraini, marocchini, immigrati, insomma. E vogliamo loro tanto bene.
L'ho capito sfogliando un giornale locale a distribuzione gratuita, il Latinaflash - Periodico di Latina e borghi.
L'articolo, che, devo dire, si distingue per spessore grammaticale-sintattico, si intitola

NASCE ORIZZONTI:UN PONTE
TRA ITALIA E UCRAINA

Il 10 dicembre scorso si è svolta alla presenza del Sindaco di Latina, Vincenzo Zaccheo, la cerimonia d'inaugurazione dell'associazione culturale Italio-Ucraina, "ORIZZONTI".

"Wow!", penso, e vado avanti. Dopo i dettagli della serata, trascorsa, tra le altre cose, tra "balli e musiche folkloristiche ucraine, e dolci tipici realizzati dalle signore dell'associazione", si legge

L'Associazione "ORIZZONTI" nasce nel marzo 2006 [...] persegue lo scopo di mantenere un legame ed una tradizione tra gli immigrati ucraini e la loro terra d'origine."

Gran bella cosa questa, soprattutto se si tiene conto della condizione sociale ambigua in cui si trovano le persone emigrate: non più membri del loro paese, non ancora (e forse mai) parte effettiva del paese d'accoglienza (concetto molto ben espresso da Abdelmalek Sayad ne La doppia assenza, Raffaello Cortina Editore). In che modo, quindi, l'associazione "ORIZZONTI" può far da ponte tra 'sti due paesi? Leggiamo ancora.

L'Associazione si propone di realizzare diverse iniziative [...] tra cui un servizio di informazione e orientamento per i cittadini stranieri che fornirà informazioni sui temi normativi, sui diritti, sui servizi del Comune e sull'inserimento lavorativo [... e per i datori di lavoro informazioni su] flussi migratori e aggiornamenti sulle nuove procedure di assunzioni di stranieri".

Interessante. Utile. Si va avanti parlando di consulenze su materie legali e burocratiche e poi, e poi ciò che mi fa dire che gli vogliamo proprio bene a 'sti ucraini, anzi ucraine. Ecco quello che ho letto.

Saranno organizzati corsi di assistenza alle persone anziane, ovvero, corsi per "badanti" che riguarderanno diversi aspetti come corso di cucina base italiana con la illustrazione sulla preparazione di sughi, pasta, minestre, cottura di verdure e quant'altro occorra per far comprendere alla straniera le tradizioni e le abitudini di vita degli italiani, favorendone in questo modo un migliore inserimento, sia per loro stessi [loro stessi chi? La straniera femminilesingolare?] che per le famiglie ospitanti [favorendo un inserimento anche per le famiglie ospitanti?], che richiederanno l' assistenza.
Le future badanti potranno seguire un corso d'italiano ed imparare i termini d'uso quotidiano per una migliore e facile comunicazione ed impareranno anche il minimo necessario riguardo l'assistenza sanitaria in particolare sulla degenza degli anziani con specifiche esigenze relative a malattie da decupido, incontinenze ecc.ecc."

Dico sin da ora che il testo come lo leggete è tutto [sic], così come l'ho letto, inclusa la punteggiatura, fuorché le sottolineature e le parentesi quadre che son mie.
L'articolo prosegue parlando delle iniziative ulteriori ("corso di lingua e scuola settimanale per bambini con feste concerti ed escursioni; proiezione [una sola?] di film in lingua originale; abbonamenti a giornali e riviste ucraini inclusa consegna e diffusione [...] feste della domenica e divertimenti [...] negozio prodotti ucraini [...] Festival della cultura Ucraina."). Poi, la chiusura:

Un modo per non abbandonare le proprie tradizioni in un paese straniero tanto diverso, facendosi conoscere ed apprezzare in tutto e per tutto anche dagli stessi Italiani. In bocca al lupo Orizzonti!

Ora, qualche considerazione: innanzitutto mi chiedo se le "malattie da decupido" siano delle patologie legate a innamoramenti senili. Secondariamente, e l'ironia - sia chiaro - persegue, forse gli ucraini li amiamo non così tanto: ai maschi che gli insegnamo? A grattasse la panza? O vogliamo instillare in queste persone, oltre ai nostri valori tipici così preponderandemente veicolati dalla tradizione gastronomica, il rispetto della donna e l'importanza della sua presenza nel mondo lavorativo? Una sorta di quote ([cul]ina)rosa, dove (culina) sta per fornelli e [cul] sta per velocapitedasoliescusateperlacrudezzafinesoloaunartificioretorico, insomma.
Gli vogliamo davvero bene agli ucraini, bravi "ORIZZONTI"!, giusto mi chiedo se anche gli ucraini si vogliono così tanto bene.

Tiè, beccateve Wasted reprise - Life wasted, dal concerto di Portland del 20.VII.2006, giorno del compleanno di Stone Gossard. Testo.

mercoledì, 14 febbraio 2007

Cacchio, mancano solo tre giorni...



...e, se non sono male informato, arriverà la luna nuova. Il 17 febbraio.
Tre giorni, e mio nonno non si azzarderebbe più. Non potrebbe infrangere la tradizione secolare, forse millenaria, della semina legata alle fasi lunari. Non uscirebbe bene. Sarebbe uno spreco di risorse adesso e in futuro.
Con la Luna di Febbraio, come dice lui, si prepara il semenzaio di peperoncino. Io l'ho fatto, una settimanella fa. Ho aspettato il tempo propizio dalla scorsa estate, da quando ho deciso di tenere da parte due esemplari del mio personalissimo raccolto da davanzale. Quattro piante di quella varietà lì nella foto, hanno fruttato bene, tanto che ancora dispongo di una discreta quantità di Capsicum, io che ne consumo a vagonate.
Ho scelto due esemplari, dicevo, uno bello, da standard, e uno uscito non so come arricciato, con una nervatura legnosetta che lo rendeva simile a una babbuccia cucita male. L'ho tenuto per vedere se avrebbe figliato come lui - cosa peraltro improbabile, se non impossibile, ma mi divertiva l'idea di giocare al piccolo Mendel. E così ho, finalmente, raccolto i semi pronti, ho preparato le vaschettine per il semenzaio, ho interrato i semi del peperoncino deforme, e alcuni di un vecchio frutto della varietà a ciliegia risalente a due anni fa, credo. Non so se germinerà, ma volevo onorare la sua microstoria. Che ora, che ve lo dico a fare? riporto qui.
Mio nonno stava per lasciare la sua casa qui a Latina, per tornarsene a Roccagorga. Sul suo balcone restava qualche rimasuglio di basilico, di piante ormai dimenticate, e una piantina di peperoncino rinsecchita, con una sola, piccina pallina rossa. La raccolgo, e chiedo a nonno se avrei potuto usarla per mangiare. Lui mi fa no, che poi gliela devo dare per farci il seme (come se non ne avesse già a tonnellate - è di famiglia 'sta mania...). Io me la tengo; lui, che ve lo dico a fare? figuriamoci se si ricorda. Ed è rimasta a decorare una mia mensola fino a qualche giorno fa.
Adesso la terra ne abbraccia i semi, i suoi e della babbuccia uscita male.
E io aspetto. Pregusto il caldo, le foglie, i frutti verdi sminuzzati sui pomodori insieme col mio basilico, sempre ancora da arrivare, la cenere di sigaretta raccolta e versata sul terreno, per lasciare che il potassio arricchisca la capsicina, la potenzi, per darmi calore anche d'inverno.

Non lasciatevi sfuggire quest'occasione. La luna sarà propizia ancora per poco. Non sfidate la Luna di Febbraio. Va avanti da tempo immemorabile, e non provate a smontare questa teoria. Voi potreste obiettare che non c'entra niente la luna con le piante. E forse è vero.

Ma la Luna non lo sa...

domenica, 19 novembre 2006

Italicus gibber, quia homo bastardus.



Una settimanella fa ho portato la mia bella e me a visitare una mostra ornitologica ospitata presso il museo di Piana delle Orme, vicino Latina. Tanti bei volatili dai nomi più conosciuti (canarino, verdone, diamantino, ondulato...) ad altri un po' meno profani (diamante di Gould ancestrale, ibrido di avifauna esotica per canarino, serinus, ibrido fra estrildidi, lonchura, amadina...). E, tra le numerosissime gabbiette (forse un po' troppo piccole), c'era anche lui: il Gibber Italicus.
Oltre all'immagine di lassù, per descriverlo uso le parole rubate a Danilo Mainardi dal suo libro (bellissimo) La strategia dell'aquila:

"[...]questa carrellata di mostri. Ma scusatemi, non sono mostri, sono i rappresentanti di altrettante razze, razze ammirate... Eppure il tragitto va dal mostruoso alla bella razza. Tutto sta a farci l'abitudine, e forse qualcosa di più. Ma è giunto, mi pare, il momento, prima di tutto, di comprenderepoi sarà proprio il caso di meditare.
Prendiamo una speciale razza di canarino, patriotticamente denominato gibber italicus [...]. Ebbene, questo canarino che mi ha tanto impressionato è un essere provvisto di un'immensa gobba che lo sovrasta come una montagna. Da questa scende un collo sottile che termina con una testa serpentiforme. La coda vien giù verticale, come le zampe dalle cosce nude. I <<ginocchi>> talora sono addirittura piegati all'incontrario, in avanti cioè. Non c'è da meravigliarsi se, con questa struttura da Rupe Tarpea, il gibber italicus si trovi un po' in difficoltà a stare in equilibrio sul suo posatoio. È sempre lì che sta per cadere all'indietro e deve, per tirarsi su, continuamente aiutarsi con i nervosi, e insieme penosi, colpi d'ala.
[...]
Insomma è chiaro: il gibber [...] e tanti altri animali, uccelli e no, sono il prodotto di mutazioni mostruose, che l'uomo ha mantenuto e selezionato. Ne ha fatto delle razze per il suo piacere. Si potrebbe anche dire per la loro <<bellezza>>, che certamente, questo va compreso, non coincide con la funzionalità.
[...]quando un individuo aderisce allo standard di una razza non è più un mostro, è un normale. È un normale gibber italicus.
Così come sono normali i bulldog, i pesci rossi dagli occhi telescopici. Casomai mostri sono stati i primissimi, quelli della prima mutazione. Quelli che l'uomo ha scelto non per la Rupe Tarpea ma per farne oggetto di allevamento, e cioè di normalizzazione.
[...]nell'ambito dell'attuale dibattito sui limiti della liceità dell'uso degli animali per scopi vari, tra le crudeltà possibili che si dovrebbero condannare, c'è pure quella genetica. La selezione operata dagli allevatori può infatti mantenere in certe razze malformazioni che inficiano il benessere degli animali; può, in definitiva, crudelmente creare generazioni di viventi condannati a un perenne stato di sofferenza.
[...]
Resta in sospeso una domanda: cosa ne facciamo delle tante razze, ormai tradizionali, dalla patologia normalizzata? Razze che, più che vivere, sopravvivono in compagnia di un male programmato?"

Ora, il gibber italicus che ho visto io non era bellinocarino, non saltellava allegro e non faceva evoluzioni da atleta a due ali; no no, arrancava sul poggiatoio, sbatteva le ali, perdeva e riacquistava l'equilibrio per perderlo subito dopo. Proprio come diceva l'etologo, lassù. Che non diceva però che per trovare un po' di pace, un po' di stasi, quel canarino nato sfigato doveva sistemarsi dentro la cassettina del cibo. Proprio lì, in mezzo ai semi che avrebbe dovuto mangiare e basta, e in cui probabilmente rischiava di far confusione e di lasciare anche qualcosa, oltre che prendere.
La cosa più triste, forse: le due coccarde poste sulla gabbietta, di cui una recitava "Campione di razza".
E più indietro, all'entrata, un poster con su scritto qualcosa tipi "Aviocoltori. Allevare per proteggere".
Se avete un gibber, non abbiatene più, e cercate di procuragli un posto comodo. Se non ce l'avete, continuate così. Boicottate, indirizzate un possibile acquirente che conoscete a non farlo. Mandate a ca*are chi ne parla bene, chi li alleva o li apprezza, se vi capita.
Pensate di essere lui, magari, e pensate di riposarvi in mezzo a un piatto gigante di rigatoni, va'.



La Perla che posto parla della miseria umana. Si chiama Soon forget, è un pezzo per voce e ukulele, tratto dal live di Tokyo del 3 marzo 2003.
Testo qui, e enjoy!

postato da: Solarithan alle ore 02:30 | link | commenti (14)
categorie: natura, riflessioni, perle, culture
giovedì, 06 aprile 2006

Arms wide open...

Oggi posto una Perla davvero bella, luccicosa e piena di riflessi. È una delle mie preferite, e di solito io non ho cose "preferite".
È Given to fly, una canzone di Yield.
Adoro questa canzone. Mi sa dare un senso di libertà davvero grande, mi fa annusare spazi aperti e intravvedere dietro le palpebre sprazzi di verde, viola, blu, nero luminoso, tutti in chiave decisamente brillante. E dico sprazzi intendendo proprio schizzi di colore, che nascono da quelle poche note ben articolate, messe lì non so quanto intenzionalmente o quanto estremamente ispirate. Accompagnano le visioni che sorgono dalle parole, fanno loro da contrappunto, si sovrappongono a cieloalberimarevento.
Sento e vedo questa canzone un po' come se parlasse di un eroe culturale, uno di quei personaggi che in tante varie culture riveste un ruolo di primaria importanza nel fornire mezzi di sussistenza - materiale o morale che sia - alle persone, e che spesso è venerato più di un essere supremo "ozioso", come si dice in gergo, che cioè non compartecipa alla vita degli uomini. Un po' come Prometeo, o come la Donna Grano di certi gruppi di Indiani del Nordamerica. (La Donna Grano, uccisa e poi squartata, generò dalle proprie membra il granturco che servì poi a sfamare gli Indiani - così recitano alcuni miti).
E l'eroe culturale di Given to fly, pur essendo più sfumato, diventa come un modello, come una sorta di archetipo di uomo libero e di esempio da seguire per raggiungere o ritrovare la libertà. È imprigionato, non so da chi o da cosa (forse da un tormento interiore), ma poi si scatena, evade, si fuma un tabacco su un albero (immagine stupenda per me, fumatore, mi trasmette un senso di contatto con la natura profondissimo), subisce il vento e il mare e riceve in dono delle ali. E gli viene concesso di volare. Ma non è sufficiente, vuole condividere questo dono, e come quasi sempre accade, uomini girgi, gretti meschini, dei faceless fuckers lo accoltellano, lo strippano. Ma il nostro eroe non molla, sparge amore imperterrito e lo stesso amore salvato e investito riceve. Ed entra nel mito, definitivamente. Sometimes is seen a strange spot in the sky, a human being that was given to fly... La sua figura è diventata di tutti, è simbolo, ormai: non è la gente che lo vede, ma è lui, quello strana macchia nel cielo, ad esser veduto, probabilmente indicata a dito e generatrice di voci ora esaltate ora sommesse in senso di devoto rispetto. Lui ha saputo donare amore e libertà. Ed è un eroe. Definitivamente.

Tornando con i piedi su questa terra, ahimé, preciso che il brano è tratto dal concerto al Velodromo San Sebastian, in qualche dove spagnolo, del 26 maggio 2000.
Buon ascolto, e saluti profumati di tabacco.

postato da: Solarithan alle ore 22:00 | link | commenti (3)
categorie: musica, poesia, perle, antropologia, culture, pearl jam
domenica, 02 aprile 2006

Niente tulipani, oggi, ma minuscole orchidee selvatiche.

Oggi sono andato con la Principessa a fare un'escursione organizzata da Legambiente per la promozione della creazione del parco dei Monti Lepini. A Roccagorga (LT), partendo dal Fontanile dell'arco e lì tornando, ho gustato per qualche manciata di decine di minuti il piacere della fatica in salita, del sapere (e anche vedere) degli allevamenti di Pony d'Esperia e di mucche maremmane lissù , sulla montagna (che piccole, che erano dal basso!), del veleno dell'elleborus foetida, delle piccole orchidee viola/blu a grappolo lungo il persorso, del tibb' tabb' che una volta si fumava, di come i terrazzamenti e i muretti a secco (le macere) e le cure degli uliveti permettono la sopravvivenza di quel territoro. Queste, e tante altre cose. Nondimeno ho goduto della zuppa di fagioli, della rappagacornuti sezzese (una zuppa di pane, fagioli, fave, zucchine, patate carote, cipolle), di olive  e salsicce locali, e di un vinello sincero (cit.).
E della frase di mio nonno, andato a trovare subito dopo: ai ragazzi, oggi, dovrebbero far vedere come cresce il grano.
Che sembra scontata, come frase, e un po' banale, ma riacquista tutto il suo senso, e la sua profonda verità quando penso all'effetto che mi ha fatto vedere un cavallo a distanza ravvicinata, ad accarezzarlo, per la prima volta in ventidue anni che campo.
Chissà come cresce il grano...


Un po' per un suo verso, un po' perché è stata scritta per la colonna sonora di Big Fish, e quindi mi fa pensare ai ricordi/racconti dei grandi vecchi, la Perla di oggi è Man of the hour. Ma in versione video, qui. Non badate agli orrendi capelli di Vedder, dovrebbero essergli ricresciuti, adesso, e aver riacquistato il loro colore...
E voglio quella chitarra.


P.S.: non è il massimo della grafica, ma, se vi interessa, il sito del parco dei Monti Lepini è questo.

postato da: Solarithan alle ore 16:36 | link | commenti (10)
categorie: natura, poesia, riflessioni, perle, culture, pearl jam
mercoledì, 29 marzo 2006

Mbuti!

"La foresta è la nostra casa; se lasceremo la foresta o se la foresta morirà, anche noi moriremo. Noi siamo il popolo della foresta"

Moke, un anziano Mbuti


I Pigmei stanno scomparendo. Quanti lo saprebbero, se non fosse per un articolo del Corriere online? E non intendo dire "quanti saprebbero che nel Terzo Mondo le cose vanno male?", ma proprio "quanti sanno che i Pigmei, proprio loro, proprio lì, stanno scomparendo?". E qui non si tratta di DNA, di altezza, o bassezza, di gonnelline di paglia e danze tribali. Qui si tratta di identità. Non quella pretestuosa e sbandierata da pochi o tanti quando arriva l'immigrato, quando bisogna parlare di industrie ed economia ma si accenna a un qualcosa di astorico e pretestuosamente ricostruito come strumento ideologico, quando qualche gruppo di persone non fa comodo e allora si organizza una legge, un movimento o una guerra basata su valori identitari.
Qua si parla della vita stessa di un popolo, del loro patrimonio di sussistenza e simbolico, del loro dipanare la vita secondo il modo da loro ricevuto e adottato, di organizzare lo sguardo sul mondo, del modo di autopercepirsi ed, eventualmente, comunicarsi.

Tutti, se sentiamo dire "pigmei", pensiamo a un omino tutto nero e basso, a capanne di foglie, al nostro amico alto non più di 1,50; se sentiamo "mbuti" - peggio mi sento - a Guzzanti e alla sua biondona divulgatrice. Comprensibile, e magari divertente; ma i Pigmei sono ben altro. Su questo sito qualcosa in più si può trovare, ad esempio (anche se la musichetta dopo un po' scassa i gomitoli).

Leggendo quelle pagine mi è venuta da fare una riflessione: i Pigmei, e come loro tantissime altre genti etnografiche, per così dire, imperniano la loro vita (sperando di non dover usare un tempo imperfetto al posto di un presente) su un rispetto smodato e totale verso la Natura, su una spiritualità che pervade tutto il vivere e il vissuto. Senza starmi a dilungare in discussioni sui vari gradi di religioni, dalle "semplici" a quelle "complesse", discussione probabilmente di cui non sono all'altezza, colpisce questa spiritualità pervasiva, e subito scatta in testa una sorta di interpretazione in chiave esotica di tutto ciò. È un qualcosa che non ci appartiene, che ci può perfino sembrare assurdo. Ma è meraviglioso.

"Forse lo vedremo quando moriremo, ma allora non potremo più dirlo... Non possiamo sapere a che cosa assomiglia o come si chiama, ma sappiamo che deve essere buono, perché ci dona tante cose, e sappiamo che si trova certamente nella foresta"




La cosa assurda, in realtà, è la nostra cecità di fronte a un tale modo di vedere l'esistenza. Non si tratta di essere occidentali, moderni, cattolici, cristiani, mussulmani, atei, agnostici, industriali, contadini, italiani, europei, tecnologici, vattelappesca etcetc salute!. Qua il punto è che noi non sappiamo, o forse non abbiamo mai saputo, vedere il mondo per quello che è. Un equilibrio da rispettare, che ci permette di vivere. Una compresenza di moltitudini di esseri viventi, come e diversi da noi. Un equilibrio che noi abbiamo il potere di devastare, così come di perpetuare. Un equilibrio che è naturale, ma per noi, esseri umani, soprattutto culturale. Non ci possiamo permettere di distruggere altri che vivono diversamente perché la nostra economia deve prosperare. Ma alcuni si permettono di ignorare Kyoto e i suoi  protocolli. Noi, anche nel nostro piccolo, inquiniamo il corpo e l'anima di questo mondo. E compriamo nella grande distribuzione, togliendo fonti all'alimentari sotto casa, o al negozio di computer dietro l'angolo di proprietà di un vero esperto chepperò vende quel masterizzatore a tre euro di più del supermercato... Alla fine, come la si giri, sempre i più piccoli ci vanno di mezzo, siano essi pigmei o bottegai.

Tutto 'sto discorso per dire che? Solo banalità? No. Voglio dire che si può imparare qualcosa anche dal differente e dall'esotico, da quei piccoli ometti neri neri, quei calimeri va'! che stanno per non esistere più, se non nel nostro immaginario distorto. Possiamo imparare il rispetto, verso tutto e tutti, e magari, e soprattutto, a saper dire grazie, a tutti quei piccoli signori supremi (o semplicemente a Dio, se ci crediamo) che ci forniscono beni e bontà nel corso delle nostre giornate, e magari anche celebrare qualche rito di ringraziamento così come ne siamo capaci.


P.S.: A me i Pigmei fanno anche venire in mente il fatto che ci raccontò in classe il nostro mitico professore di scienze, Don Arnaldo Rossi - piccolo di statura, ma profondo di conoscenza: i Pigmei sanno uccidere un elefante con una lancia, trafiggendoli dietro un orecchio e penetrando il loro cuore.

P.P.S.: Oggi ho goduto come un pazzo quando, per strada, un - credo - Sikh mi ha chiesto informazioni per il negozio Tim (veramente ha detto "Thémm!", ma va bene lo stesso).  Dà una soddisfazione speciale vedere un Sikh per le strade di questa fascistissima città.


postato da: Solarithan alle ore 14:51 | link | commenti (1)
categorie: riflessioni, antropologia, culture