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sabato, 13 gennaio 2007

The Reckoning.




Visto stasera in DVD. Thriller medievale, tratto da "Lo spettacolo della vita" di Barry Unsworth, molto, molto bello, sotto vari punti di vista. Originale e ben architettata la storia (a tratti prevedibile, ma senza che questo scalfisca la fruibilità del film), bravi gli interpreti, efficaci regia e montaggio.

La trama, in pillole:

Inghilterra, 1380.
Il giovane sacerdote Nicholas (Paul Bettany) è uccel di bosco per aver compiuto un fattaccio analogo, un peccato, appunto, d'uccello con la moglie di un parrocchiano.
Si imbatte in una compagnia di attori girovaghi, con Martin (Willem Dafoe; notevolissime sono le sue performance yoga-style pre-esibizione, per questo vedere più sotto) come capocomico. Questi lo raccattano, ed arrivano in un villaggio, su cui regna il signorotto Lord De Guise (Vincent Cassel). Si trovano nel bel mezzo del processo a una giovane sordomuta, accusata dell'omicidio di un ragazzo a scopo di rapina e condannata a morte.
Ma qualcosa non quadra, e, tra un'indecisione e l'altra, un'esibizione e l'altra, un personaggio scassascatole e l'altro, una rappresentazione teatrale rivoluzionaria e l'altra, il gruppo di attori girovaghi si ritroverà ben invischiato in questa storia, decidendo di usare la loro arte per contribuire alla ricerca della verità.

Plot a parte, mi ha colpito la presenza della Storia nella storia: niente di sfarzoso, molta quotidianità; la Storia trapela a tratti, nell'accenno a re Riccardo e alle sue battaglie in Francia, nella declinante presenza del monachesimo benedettino rappresentata da un unico monaco (piuttosto sfigato, direi), nella concezione ancora sacrale del teatro, specchio di verità in quanto rappresenta solo le autentiche storie della Bibbia, solo le verità divine inoppugnabili (ma fino a che punto, solo questo..?).
Il resto, dicevo, è quotidiano: il villaggio che rimanda più a un presepe che alle atmosfere, chessò, de Il nome della rosa; i maiali e le pecore macellate; la celebrazione della festa di San Lazzaro; l'umile cimitero con le croci fatte di rami; il carro dei teatranti mezzo sfasciato e da riparare, e così via...

Un film che offre molti spunti, e che sa farsi seguire anche da chi i thriller se li è visti un po' tutti, moderni o antichi, perché non si limita al solo intreccio (peraltro piacevole in sé).











Edit postumo: per completezza, ecco il thread padre di questo post, sul CinemaCinema di multiplayer.it.

postato da: Solarithan alle ore 02:06 | link | commenti (4)
categorie: cinema
giovedì, 13 aprile 2006

Inside man.


Caldo caldo, ma tendente al tiepido, della visione di questo film. Stupefatto dalle aspettative non solo appagate, ma disattese in positivo. Non credo di aver visto altri film di Spike Lee, tranne l'altro unico di cui ho memoria, cioè Mo' Better Blues (con un ben più giovane e assai più sensuale Denzel Washington)... Inside man è il classico film che piace a me: plot complicato e sufficientemente fantasioso, personaggi ben resi, cura dei dettagli, ironia, tensione, durata luga ma non pesante, equilibrio, cast di qualità con attori fighi (Denzel Washington in primis, ma anche Willem Dafoe, Jodie Foster e la new entry nella mia lista personale Clive Owen).
Non sto a riportare la storia, perché ridurla all'accenno di trama presente su questo o quel sito, questa o quella rivista, sarebbe un po' sminuire la portata reale del soggetto.
La sceneggiatura è robusta: personaggi ben caratterizzati (fin nei dettagli, dicevo: ho adorato l'accarezzarsi il cappello , come pure la classica grattata di capoccia tipica di Washington, il colorito liguaggio del sikh in seguito al fermo della polizia, l'incedere malfermo del vecchio banchiere e via dicendo), gli elementi della storia intrecciati sapientemente, gli intelligenti flash-forward; perdipiù non mi è mai sceso il senso di aspettativa di sapere quello che viene dopo. Forse, e dico forse, per certe cose potrebbe essere prevedibile, ma non importa, a mio avviso: è un film che nell'insieme non mi ha deluso per niente.
Ottima la regia, capace di tirar fori una buona dose di azione, o di rilassatezza, o di velata tensione, o di attesa, o di risate al momento giusto, con inquadrature che non saprei tecnicamente definire bene (e quindi taccio), ma che ho gradito assai. Bel montaggio, e bella fotografia. Tollerabile anche il doppiaggio, e perché c'è Pannofino (e non c'era Lodolo), e perché ha saputo svolgere bene il suo lavoro.
Ho anche riso, dicevo, e di gusto, soprattutto per le battute e gli atteggiamenti di Frazier, il personaggio interpretato dal Denzellone, ma pure per la scena della donna albanese e le sue multe, o per il colorito linguaggio del succitato sikh incazzato contro chi lo chiama arabo e contro i "casuali" controlli di routine all'aeroporto.
Questo film, infatti, ha in nuce anche una certa dose di critica verso il mondo statunitense: pregiudizi razziali, messaggi di violenza veicolati perfino in quegli innocenti videogame per baNbini (memorabile il "Kill dat nigga!"), agganci economici binladeneschi. Il tutto, sempre secondo me, senza paternalismi o facili moralismi varî.
E quindi, proprio per questo (non continuo oltre a parlare del film, non sono un buon recensore, né è mia intenzione improvvisarmici; per questo rivolgetevi a Bill) per questo, dicevo, voglio proporre come Perla di questo post W.M.A..
Questa canzone (il cui titolo è l'acronimo, variamente esplicato dai Pearl Jam, di White Male American, White Man Armed, o White Male Asshole) parla di razzismo. Spiegò Jeff Ament, bassista del gruppo, ai tempi dell'incisione di Vitalogy, il disco che la contiene: "Il posto dove proviamo a Seattle è situato in un quartiere malfamato, ci sono sempre poliziotti in giro e aria di casino, neri che fumano crack in cortile e cose del genere. Un giorno Eddie è uscito per comprarsi da mangiare e penso che abbia visto qualcosa di particolare fra la gente del luogo e i poliziotti. E quando è tornato, abbiamo improvvisato una cosa che poi è diventata W.M.A." (Fonte: Pearl Jam - Come un uragano, libello della Giunti). Audio qui, testo qui. Il brano è tratto da un concerto ad Atlanta, il 3 aprile del '94. Canta qualcuno insieme a Vedder, ma non so chi sia. E per sapere qual è il brano che parla di that bastard that married la madre di Vedder (non il suo vero padre) aspettate la prossima Perla. E quella di Alive per sapere, più o meno, la storia che include Vedder, madre, padre vero e quest'uomo.
Grazie per l'attenzione, io mi rollo un tabacco, me lo fumo e vado a nanna.
Buon ascolto e un saluto!

postato da: Solarithan alle ore 02:26 | link | commenti (6)
categorie: musica, cinema, perle, pearl jam
giovedì, 30 marzo 2006

Iersera sono andato a vedere V for Vendetta. Senza starmi a dilungare troppo su un'esegesi (che tra l'altro ancora non posso fare, almeno non prima di averlo rivisto e di aver fatto affiorare le sensazioni che mi ha lasciato perlopiù sottopelle), dico che mi è piaciuto tantissimo.
Pensandoci su, penso che la Perla di oggi sia molto accostabile a questo film. Si chiama Grievance, fa parte dell'album Binaural, uscito nel maggio del 2000. Ho ricordi piuttosto particolari legati a questo disco, difficilissimi da scalzare: ho aspettato parecchio prima di ascoltarlo, perché me lo sono fatto regalare per il mio diciottesimo compleanno. Mentre lo ascoltavo per la prima volta, e in particolare questa canzone, le Torri gemelle stavano cadendo giù...
La Grievance che vi propongo è tratta dal concerto del 25 agosto 2000 a Jones Beach, New York. Ed ecco il testo.
Buon ascolto, e saluti!

postato da: Solarithan alle ore 13:17 | link | commenti
categorie: musica, cinema, perle,