




Oggi scrivo delle fotografie di Morettina.
È piuttosto difficile riuscire a delineare una struttura per questo post. Nel momento in cui lo concepivo non mi ero reso conto di quanti spunti offrisse, tra cui perfino un collegamento abbastanza diretto con i Pearl Jam (ma di questo parlerò meglio più in là).
Per chi non lo sapesse, Morettina è la moderatrice del forum di bloopers.it (please vedere e magari clickare i linki a lato). E solo per questo, spulciando tra il suo profilo e la sua firma nel forum, ho scoperto che fotografa e i siti che raccolgono le sue fotografie. E ho molto apprezzato i suoi scatti.
Ma andiamo per ordine.
Innanzitutto, una necessaria premessa: io non sono un esperto di fotografia, né credo di far riferimento a particolari chiavi di lettura nel momento in cui ne leggo una. Semplicemente, posso apprezzarla o no, e magari tirarne fuori un'interpretazione. Ed è una delle cose che farò in questa sede. Secondariamente non sarò solo io l'autore di questo post: Morettina stessa ne sarà parte attiva, con le sue foto, naturalmente, ma anche con le parole. È stata così gentile, infatti, da rispondere ad alcune mie domande in una specie di intervistina che si potrà leggere più avanti.
Le opere di Morettina si possono trovare a due indirizzi: il suo sito personale, e la sua galleria su deviantART. Proprio in quest'ultima ho scoperto con sorpresa e con quella sorta di entusiasmo da fan il collegamento ai PJ cui accennavo supra: il soggetto della foto intitolata Towards the sky è la stessa che abbellisce il booklet di Yeld e la copertina del singolo di Given to fly, solo da un'altra angolazione.
Se dovessi definire quella che potrebbe a mio avviso essere la spinta di Morettina verso la fotografia, lo farei dicendo che consiste nel palesare, per dargli forma e mantenerlo vivo, il suo legame con la terra. Con la terra dove vive, la Sardegna e in particolar modo Cagliari, con la terra delle donne e degli uomini, della natura più o meno trasfigurata, degli edifici, dei fiori, degli animali. Solo una foto, tra quelle presenti nel suo sito, non rientra in questo gruppo. È la prima che ho visto, e la prima che mi ha colpito. Non avendo badato al titolo, a una prima occhiata mi era sembrata una parete o qualcosa del genere, salvo poi scoprire che era il dettaglio di lana intessuta. Si intitola, infatti, Wool. Ha un nonsoché di intimistico, mi rimanda alla sensazione di un abbraccio, i suoi colori danno calore.
L'attenzione per il dettaglio si ravvisa soprattutto nella prima galleria, Architecture, dove l'obiettivo tende a sezionare l'ambiente urbano e a cogliere singole manifestazioni architettoniche, o al massimo a incitare a ciò che contorna il palazzo a stringersi e a provare a entrare nel fotogramma. Parlo di Where flying dreams come true, in cui l'occhio corre lungo le linee della struttura, salvo poi accorgersi di una luce che brilla più sotto e vuole farsi notare; di Chatting, dove l'aquila ascolta il mascherone lamentarsi di quella posizione scomoda; di Old Town, in cui un pezzo di Cagliari è affiancato da piante, rocce e dalla sensazione di calore del sole in un tutt'uno che mi sa di primo pomeriggio di relax.
La sezione People è quella che mi invita ad un'analisi più appassionata e magari confacente ai miei interessi. Come spesso succede, le foto di persone dicono molto di più di quello che apparentemente mostrano. Sanno parlare del soggetto, certo, ma anche dell'autore dello scatto, ne disvelano l'occhio e la presenza, raccontano storie e contesti e anime.
Life is heavy to carry on è un'immagine dettaglio e universale allo stesso tempo. È segno tangibile della fatica di una vita e di tante vite come quella. È anonima e personale allo stesso tempo. E marca nettamente la differenza tra la stanchezza costante, quasi eterna abitudine, della donna clochard e quella temporanea, un lungo sbadiglio d'attesa annoiata, del viaggiatore appoggiato al carrello sulla destra.
Rain of light racchiude l'essenza esteriore del rito religioso, manifestandone l'addobbo nello stendardo di Maria Stella del mare, nella divisa tirata a lucido del marinaio e nella pioggia pirotecnica, ma suggerisce anche allo sguardo profondo l'anima del rito stesso: nel corpo leggermente reclinato del giovane si intuisce l'attenzione e l'ascolto verso il rito, mentre dal contrasto netto luce-ombra traspare la forza misterica del momento rituale (e mi piace vedere che sul corpo che indica la presenza umana luce ed ombra siano in realtà gradualmente avvicendantisi; anima e corpo non possono far altro che convivere prevalendo o soccombendo secondo i momenti e le circostanze).
Regina è stupenda nel suo spiegarsi come descrizione densa (rubo spudoratamente e presuntuosamente la definizione a Clifford Geertz): presente e passato e futuro si fondono e scorrono attraverso gli occhi di Regina. Il passato alle sue spalle è offuscato, confuso, massa indistinta (per l'osservatore) di ricordi e vita che trovano forma netta solo nelle rughe del volto di lei. La donna è assorta, lo sguardo sembra essere perso ed errante, nostalgico e sognante, ma i riflessi sugli occhi sono segno di una consapevolezza indirizzata al futuro. Regina sa guardare avanti senza dimenticare, non volendo dimenticare. Con l'abito e gli orecchini tadizionali, questa donna, bellissima nel suo essere segno evidente di luoghi e tempi, è crocevia di epoche e vite.
L'esatto contrario della bimba di Sugar girl, del tutto proiettata solo nel suo presente di zucchero e dita da leccare, di sbarazzina vanità di trecce, di luce e colori. Se non fosse per quegli orecchini tanto simili a quelli di Regina...
I mondi di Regina e Sugar girl non sono distanti, non sono altro che parti sezionate di un continuum. Lo dimostra Granny's pride, in cui il presente di nonna e nipote ricongiunge e armonizza le singolari, distanti vite delle due foto precedenti, condendole di gioia e serenità.
Non mi soffermerò molto sulla sezione Sea and Land, se non per dire che sono splendide foto da cartolina (come una di loro esplicitamente fa intendere) molto curate ed evocative. Solo qualche parola per Freedom: immagine mozzafiato nella sua dinamica staticità, nel suo intensissimo istante di tensione in forte contrasto con la placidità del paesaggio.
Della sezione Nature adoro l'attenzione al particolare, al disvelamento di quello che compone i grandi paesaggi delle foto precedenti (un po' come la gerarchia delle foto di Architecture). Considero I'll catch you una foto del tutto riuscita negli intenti, secondo quanto dirà Morettina più avanti: mi fa ridere, tanto. Dream on sembra uno scorcio di savana. Flowers è la tenerezza resa immagine: gli espressivissimi occhi del cucciolo scaldano il cuore, e l'accostamento col fiore dà a quest'ultimo quasi una parvenza di vita animale.
Ed ora lascio la parola a Morettina. La ringrazio molto per aver risposto alle mie domande, permettendomi di porre la ciliegina su questa torta-post.
Allora, iniziamo con una di quelle domande un po' stupide e che, credo, possano significare tutto e niente. Perché fotografi, Morettina? E da quando lo fai?
Fotografo semplicemente perché mi capita spesso di imbattermi in immagini, scene, persone che mi suscitano un'emozione. Spesso si tratta di situazioni che per la loro natura fugace solo con la fotografia possono essere fermate: certe condizioni di luce, l'espressione di un viso, per esempio. Ho scoperto la fotografia molto tardi - diciamo circa tre anni e mezzo fa.
Quando fotografi, hai un soggetto o una categoria di soggetti preferita, concepisci gli scatti secondo categorie, o la disposizione delle foto sul tuo sito riflette un'organizzazione posteriore al momento della creazione dell'opera? Semplificando, fai foto pensando "questa è una foto architettonica, questa di paesaggio", oppure semplicemente apri e chiudi l'obiettivo e poi dici "Mmm, questa la metterò tra le foto di persone!"?
Ho iniziato soprattutto fotografando paesaggi naturali e angoli della mia città, che amo molto, ma più recentemente trovo interessanti anche alcuni soggetti umani. Non mi capita di andare in giro con la mia reflex pensando di scattare soltanto foto appartenenti ad una certa categoria: semplicemente mi guardo intorno e scatto tutto ciò che mi piace. Le categorie in cui ho diviso le immagini nel sito nascono più che altro da una questione di praticità per il visitatore del sito stesso...
Penso che, nelle tue foto, natura e paesaggio umano è come se si trovassero in lotta, in un continuo fronteggiarsi. Penso giusto? E tu che pensi in proposito?
A volte sì, è vero che natura e insediamenti umani spesso appaiono in contrasto (soprattutto in alcune foto, Humans will not prevail o Menace over the town ad esempio). Di solito comunque cerco di evitare di riprendere le brutture create dall'uomo, quando queste deturpano sul serio il paesaggio. E mi piace molto invece quando c'è una buona simbiosi fra i due piani.
Usi il fotoritocco? Per quale motivo?
Di solito uso il fotoritocco con la maggiore parsimonia possibile, soprattutto per migliorare il contrasto fra toni chiari e scuri, o in alcuni casi per rendere monocromatica una immagine a colori. Evito gli effetti speciali, i cambiamenti artificiosi delle tonalità e cose del genere. Trovo però che photoshop sia estremamente utile anche per il tipo di ritocco che faccio io, che normalmente sarebbe ottenibile in camera oscura con procedimenti piuttosto complessi. Digitalmente invece è tutto più semplice e rapido.
Vorresti commentare alcune delle fotografie da me preferite?
Con molto piacere :D
Questo è uno dei pochi casi in cui il fotoritocco è piuttosto avanzato, in quanto è stato necessario correggere la deformazione prospettica data dalla lente. Volevo invece ottenere linee perfettamente dritte, e questo sarebbe stato possibile solo con alcuni obiettivi molto costosi o con macchine fotografiche a grande formato. Mi ha sempre colpito, questo edificio, per la solarità dei suoi colori in un contesto urbano molto grigio e per il suo carattere quasi da casa di bambola. E pensare che invece è la sede di una banca...
Questa è stata scattata in un bel parco di Cagliari, Monte Urpinu, in un angolo tranquillo dove si sente un piacevole senso di armonia fra il verde e le abitazioni poco lontane. Quel giorno, poi, i toni pastello del cielo e quelli dei muri della città antica illuminati dal sole erano davvero spettacolari. L'atmosfera nel complesso era quasi fiabesca, da cui il titolo.
Un dettaglio di una vecchia villa abbandonata, in un altro parco non lontano da casa mia. Mi piaceva la strana corrispondenza emotiva fra l'aquila e la maschera...
E' una delle mie foto preferite... Tu che eri presente forse ricorderai che l'ho scattata di fretta prima che lei si accorgesse di essere ripresa. Questa infatti è l'unica immagine che sono riuscita a scattare. Quando si è voltata, avvertita da un'altra donna che mi aveva vista, ho smesso di riprenderla perché - giustamente - era parecchio infastidita, anzi, a dirla tutta, piuttosto infuriata... :D [come dimenticare le ingiurie e gli sputi in terra a mo' di maleficio? n.d.R.] L'ho pubblicata comunque, sia perché non è riconoscibile, sia perché la vedo più che altro come un'immagine dal significato fortemente simbolico e come tale universale più che legata alla sua condizione individuale.
Questa donna, ottantenne, ha una faccia favolosa, secondo me. Tutta la sua storia è nei segni profondi del viso, nella tristezza degli occhi. Oltretutto indossa ancora il costume tradizionale sardo, in particolare una bella camicia orlata di pizzi. Credo che qui il tono seppia fosse un must...
Un'altra delle mie preferite... Oltre alla bellezza del posto (le Rocce Rosse di Arbatax), ai colori bellissimi del mare e della pietra, personalmente mi trasmette ogni volta che la vedo un gran senso di gioia. Quel pomeriggio ho scattato diverse foto di questi ragazzi giovanissimi che si lanciavano dalle rocce, un paio di loro dal punto più alto. Questa però è la più significativa, soprattutto per la bellissima armonia del volo d'angelo.
Mi piace l'idea che una foto possa regalare un sorriso. La buffa caccia delle anatre è divertente da fotografare, se si riesce a trovare il momento giusto. In questo caso sono stata abbastanza fortunata da poter sfruttare una buona composizione in diagonale. Peccato che le condizioni di luce non fossero delle migliori.
Il piccolino era piuttosto intimorito, non sapeva bene cosa fare anche se la macchina fotografica lo incuriosiva molto. E' un'immagine molto tenera.
Come Perla quotidiana, corollario a questo post, ho scelto, giustamente, una canzone di Yield, Faithfull. La trovate qua, e ne leggete il testo qui. È tratta dal concerto al Velodromo San Sebastian, Spagna, del 26 maggio del 2000.
Buon ascolto, e grazie dell'attenzione.

Chi è funazza? Anzi, la funazza?
Boh, sinceramente non lo so. So solo che è valdostano, che è un metafisico d'essai, che studia Arte o Cinema o tutt'e due. E che fa dei ritratti meravigliosi.
Ci sono anche altre cose sue che si possono ammirare (qui), ma mi preme parlare soprattutto di quei suoi ritratti. I dipinti mi piacciono, hanno moltissimo di evocativo, ma dopo un po' i colori, i soggetti tendono a darmi delle sensazioni diciamo sgradite. Nulla di artistico da eccepire, però.
Ma i suoi ritratti no; quei disegni così semplici e così complessi mi hanno colpito in maniera profonda. Lui li definisce così: “sono solo dei disegni a biro”. Io dico “ok, ma anche no”. Biro o non biro, me ne fotto: sono piccoli universi finiti in miniatura. Finiti, sì, ma che non limitano il loro spazio ai margini del foglio.
Di funazza amo la capacità di realismo nel suo rendere in maniera estremamente fantasiosa i volti. È metafisico, dicevo: non solo tira fuori dei volti praticamente identici nella fisicità, ma li arricchisce, in un corpus unico, dei dettagli dell'animo, della metafisicità dei soggetti. Sono piccole opere complete, ci puoi trovare tutto dentro: lineamenti, spirito e fantasia, il tocco dell'artista, la personalizzazione interpretata dei soggetti. Funazza osserva, digerisce e restituisce le figure identiche e ri-create allo stesso tempo.
Ma andiamo sullo specifico, please. Premettendo che questi portrait sono raffigurazioni di membri del forum di multiplayer.it, e che potete trovare loro, le immagini e la relativa discussione all'indirizzo http://forums.multiplayer.it/showthread.php?t=268320, passo a dissertare su alcune di queste creazioni.
Non so se è la mia preferita o una delle mie preferite. È la prima a esser venuta fuori, credo. Mi ricordo che mi fece morire dal ridere, per via del contesto che la generò. Mi piace il suo essere una variante dell'immagine di uno scrigno aperto. Bill ha la testa aperta, vi spuntano animaletti e flora varia. Bill ride, è sereno, ha totale fiducia nella capacità delle sue droghe in testa di appagarlo. E qui l'estesa finitudine non interessa l'aldilà del foglio, ma l'aldidentro del cranio. Il mondo immenso sta lì, e la giungla visibile è solo una casuale visione di tutto l'ecosistema che si cela lì dentro. Chiudi, riapri ed ecco che altre creaturine si mostreranno. Un po' come la Zed di dylandoghiana memoria.
Funker sta lì. Ti guarda e sembra dirti “cazzo guardi?”, bello tranquillo e uno zinzino sornione. Quasi ti irrita, con quegli occhi aperti a metà, sguardo dall'alto verso il basso senza sicumera, però; perfino il suo amichetto la pensa così, è stanco di questo modo di fare. Ma il suo amichetto gli è tanto amico, fuma con lui, deve esserlo per forza. Ma dentro Funker la vita pulsa, proprio gli occhi lo dicono. E la sigaretta è protesi e sfogo e corsia preferenziale di questa vitalità. È conduttura, contenitore di passaggio. È coprotagonista. Che altro ci sarà dietro le spalle di Funker..?
Martox-creatore di mondi. Lo sguardo intenso, determinato. Il cranio con due porte, l'interno geologicamente stratificato come un pianeta, centro mobile (preferibilemente in direzione sghemba) di un universo figlio. “Le vedi quelle palle dietro di me? E quella che si muove da dentro di me? Beh, le ho fatte io!” mi dice Martox. E le palle si muovono, vanno dentro e fuori, intorno, dietro, davanti, su e giù. Oltre il foglio, vive l'universo-Martox.
Disegno scultura, questo ritratto. Brian O Blivion reso con un non finito metascultoreo, metà blocco di marmo e metà fluidità corporea. Vogliamo continuare con i meta-? Metarappresentazione dell'arte, quell'Arte tanto amata dal soggetto da essere fieramente portata a mo' di vessillo. Note e psichedelia, esperienza e storia dalla barba e dagli occhi. In questo caso l'estesa finitudine si dipana delicatamente in raggi luminosi e le note vi svolazzano leggiadre e morbide in mezzo. E Brian ti guarda, fiero nell'orgoglio di essere nero e bianco allo stesso tempo, di assorbire e riflettere.
Nostalgia e crinature di soffuso dolore vengono fuori in maniera discretissima e piena di dignità. Commovente.
Altro bellissimo ritratto. Mi piace leggerlo così: in realtà non è il mostriciattolo a portare Headshot, ma è Headshot stesso a trasportarsi per mezzo delle sue sensazioni e passioni personificate in quell'houmunculus dalla livrea a motivi concentrici. L'escursionismo, il raccogliere uno stelo d'erba e succhiarlo, la fatica stessa sono fonte di gioia per Headshot e lui si lascia vivere da loro.
Ecco, questo è il più estendibile universo funazzesco. Grem nuota nel mare, poliposo e medusoso, un mare di concordia e serinità. Ride delicatamente, ma traspare tutta la felicità soddisfatta di trovarsi lì. Le due figurine medusose chi sono? Suoi figli? Creature di cui lui è divinità? Sinceramente non lo so, ma la sensazione di relax placido e appagante che questo disegno mi trasmette è tanta. Mi crea il sorriso.
Ecco, questo è un altro che mi ha colpito fin da subito. Non mi spiego bene il perché, però. Mi piace l'idea che mi dà il dentifricio-Hob. Non è venuto fuori così dal tubetto. Si è riplasmato. E ride, della serie “Ah ah! Eccomi qui! Son Hob, mi occuperò dei vostri denti, perché sono il migliore a poterlo fare!” Come non dargli fiducia?
In conclusione: queste sono, ovviamente, mie interpretazioni e letture di questi ritratti. Sicuramente gli intenti di funazza erano opposti, ma a me son risultati così. Ho voluto solo condividerli, far sapere quanto mi fossero piaciuti.
No, funa', non sono solo disegni a biro...
