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mercoledì, 31 maggio 2006

Lautari!



Quasi dimenticavo...
Domenica scorsa sono andato in mezzo alle strade di Sermoneta per l'ultima giornata del Maggio Sermonetano. Mi sono, anzi, ci siamo, io e la mia ragazza, imbattuti prima in un gruppo jazz. Non me ne intendo molto di jazz, e comunque difficilmente gradisco band senza chitarristi. Così dopo un po' sono andato oltre. Una musichina intrigante ha solleticato il mio orecchio, la vista di un paio di musicisti mi ha fatto fermare. E ascoltare.
Musica irlandese: io non ci capisco niente di musica irlandese, ma so che mi piace, e forse potrei riconoscerla - forse - tra altre. Un brano dopo l'altro, un applauso dopo l'altro, sorrisi, lievi movimenti ritmati (eh, lo so: il mio corpo non concede di più) e tanta soddisfazione auricolar-cerebrale-cardiaca...
I musicisti erano due, dicevo, una donna e un uomo: lei col violino, lui con una chitarra acustica e un mandolino bluegrass.
Tra un'esecuzione e l'altra la donna spiegava e introduceva i brani; tra le parole che non riuscivo a sentire e quelle che non ricordo, la memoria custodisce specificazioni di brani non proprio irlandesi, ma della Northumbria ed eseguiti originalmente con la Northumbrian pipe, di un'autrice chiamata Liz Carroll e di un compositore australiano appassionato di musica irlandese...
I musicisti (lei, tedesca, si chiama Katharina Pesch, e lui, di Palestrina, Paolo di Massimo, credo reciprocamente maritati) erano bravi, molto, ma la cosa che più mi ha colpito e che più ho apprezzato è stato l'aspetto umano di quell'esibizione. Non si trattava solo e semplicemente di un concerto, ma di una vera e propria esperienza condivisa, tra di loro e col pubblico. Quando lui accordava, lei seguiva con gli occhi i suoi movimenti e accompagnava con un sugiù di testa il salire o scendere delle note di lui, aiutandolo con le note del suo violino; ridacchiavano complici quando sbagliavano o dimenticavano un passaggio (non credo di aver "subito" la toppa di un musicista in maniera così leggera, leggiadra e piacevole). Sorridevano al pubblico, soprattutto lei, e soprattutto ai bambini e le bambine che ballavano o facevano la ruota lì intorno.
Dopo il concerto, io e la mia ragazza ci siamo avvicinati per acquistare un loro CD e abbiamo fatto quattro chiacchiere: persone piacevolissime e gentili, dei veri musicisti. Ci hanno un po' spiegato, un po' raccontato e un po' chiesto di raccontare. Arte comunicativa, questa sì che è roba seria e bella!
E quindi abbiamo appreso, tra una rollata di tabacco e l'altra, che Lautari (il nome del loro duo, se non si era già capito) è il nome di un'"etnia" rumena che da generazioni si occupa di musica, soprattutto violino, e di spettacoli da saltimbanco. E che il loro perscorso musicale non sempre ha seguito l'Irlanda e il suo circondario, ma ha attraversato diversi generi. Sarà per questo la loro bravura, e la passione che si sente, evidentemente vera, e che traducono in note.
Ho chiesto loro il permesso di poter pubblicare su queste pagine di blog un brano tratto dal CD che ho comprato, e me l'hanno gentilmente concesso. Il CD contiene la registrazione di un loro live in un pub irlandese, il Matt Molloy's, durante il Westport Art's Festival, il 29.IX.2005.
Il brano è questo. Buon ascolto, e un saluto di cuore ai Lautari! (Se voi, cari Lautari, non ricordate chi sono, ripensate a Sermoneta, e a quella coppia di ragazzi il cui lui indossava un ridicolo panama e una camicia lilla...)







P.S.: I Lautari di cui ho parlato ancora non hanno un sito web, ma mi hanno detto che hanno intenzione di farlo. Nel caso cerchiate qualcosa su di loro, non confondeteli con questi, che sono un altro gruppo.

postato da: Solarithan alle ore 01:46 | link | commenti (8)
categorie: musica, poesia, perle
domenica, 28 maggio 2006

Ave, ave!

Da molto non posto una Perla; il ritmo stesso di questo blog giallo e fiorito nelle intenzioni si è allentato.
Rimediamo subito.
Hail, hail è una delle canzoni d'amore più belle mai scritte, secondo me, e forse quella che più sento capace di far vibrare le mie corde artistico-sentimentali.
Poco da dire, al riguardo, tranne qualche dettaglio che voglio esprimere.
Innanzitutto la sinestesia: questa canzone per me è rosaviola. Per rosaviola intendo un colore che sta a metà tra il rosa e il viola, appunto, un lilla brillante e chiaro, o un rosa più cupo e morbido. Una tinta pastello a grana grossa, come stesa su un foglio rozzamente granuloso. Con minuscoli contrasti ombra-luce.
I don't wanna think, i wanna feel! Quanta grazia di pretesa! Quanto spasmodico desiderio di amore chiesto e dato! Passione...
Are we going to the same place? If so, can I come? Discreta richiesta di esser presente, ma con rispetto. Amore è innanzitutto dare, e dare implica tra i suoi oggetti anche la libertà per l'altro.
Are you woman enough to be my man? Essere donna a tal punto da esser uomo. Guida, base solida, sostegno, forza, fiducia, sicurezza, passione tosta. I ruoli vanno a farsi friggere. È la totalità dell'interscambio, è l'uno e l'altro e il loro totale e il totale che due unità singole danno restando unità singole. Completezza di cuore e sentimenti...
Bandaged hand in hand... Legame dolce e solido. Mani legate da un doppio nastro che non si scioglie.
Stringete la vostra alla mano del vostro uomo o della vostra donna, legatela. Stringetele in un abbraccio di seta fittizia nella materia e iper-esistente nella forma cordis...
Ave, ave agli innamorati! Ave a quelli fortunati...



Testo qui.

postato da: Solarithan alle ore 14:42 | link | commenti (4)
categorie: musica, poesia, perle, pearl jam
lunedì, 15 maggio 2006

Addio, Mya!



È tanto che non scrivo un post. Cercandone l'occasione e il pretesto, alla fine li ho trovati per una ragione triste.
La notte del 14 maggio, più o meno all'una e ventitré, è morta la mia adoratissima gatta Mya.
La vita di Mya è stata troppo breve, è durata solo dieci mesi. Troppo breve in funzione alla durata media di vita di un gatto, ma egoisticamente anche alla mia vita: l'esistenza di Mya ha reso meravigliosa e preziosa la mia, arricchendola di tutta una serie di regali e di sfumature sentimentali di cui parlerò più avanti.
La vita di Mya non è stata facilissima: soffriva di un'allergia alimentare riconducibile al complesso del Granuloma eosinofilico; per questo per un po' di tempo ha portato su di sè delle croste e delle lesioni, sotto e sopra il collo e dietro le sue coscine morbide. Il suo morbidissimo pelo (più morbido e tenero al tatto di qualunque altro pelo mai accarezzato da me, anche di quello delle altre mie due gatte) è piano piano ritornato intatto grazie alla pappa che gli preparavo (non senza stress, a volte, per via della sua preparazione non sempre immediata): carne di faraona, o agnello, o cavallo, o quaglia lessa e mista a un po' di patata e a un po' di mangime a base di cavallo o cervo.
E poi è arrivata la complicazione respiratoria. Una prima crisi un paio di mesi fa almeno: un versamento pleurico. All'inizio si pensava fosse una reazione allergica al cortisonico che era stato usato per debellare quelle sue piaghe; ma al ripetersi del versamento, praticamente ininterrotto nell'ultimo mese nonostante i diuretici, è emerso che la cosa fosse dovuta o a una disfunzione cardiaca o all'emergere di una peritonite infettiva da coronavirus, contratto quando ancora non si era lasciata prendere dalle mani della mia ragazza. Non c'è stato tempo di appurare con analisi appropriate. La sera di sabato ha atteso il mio ritorno, la piccola Mya, facendosi trovare nel pieno di una crisi respiratoria. Subito le ho iniettato diuretico e broncodilatatore, ma inutilmente. Mentre ero al telefono con la veterinaria, Mya cercava disperatamente le sue ultime boccate d'aria, che io provavo a darle anche con un'improvvistata e disperata respirazione musetto-a-bocca, e lasciava questo mondo. Singulti privi di lacrime, impossibilitate a venir fuori per lo sgomento... "È morta, è morta...". Chiuso il telefono, mentre mia madre mi sostituiva per un momento nella veglia a quel corpicino ancora caldo, ho chiamato la mia ragazza. Insieme a lei, poi, abbiamo creato una veglia intimamente tutta nostra: pregavamo non tanto per lei (può l'anima di un animale aver bisogno di preghiere? Certo che no...) quanto perché il viaggio verso i giardini del Paradiso le fosse piacevole, perché Dio fosse paziente mentre la piccola Mya si arrampicava sulla sua lunga barba, e perché Mya stessa pregasse per noi e ci restasse un po' vicino. Carezze, di nuovo, a lungo.
Poi, il giorno dopo l'abbiamo presa e portata in campagna a Roccagorga, da mio nonno. Scelto un punto adatto, con la mia Principessa e mio padre, ho cominciato a scavare una buca. L'abbiamo deposta delicatamente, e altrettanto delicatamente l'abbiamo ricoperta, piantando una spanna più su una pianta di rose lilla, di un colore perfettamente adatto alla delicatezza esistenziale di Mya. Con l'ultima manciata di terra a coprire quel corpicino, la mia Principessa ha chiuso quel cerchio che il suo occhio aveva aperto mesi fa.
Era il 26 settembre 2005, e con la Principessa e il mio amico Bava Beccaris si percorreva una strada di Latina particolarmente intasata da macchine in doppia fila. A un certo punto, la mia ragazza grida "Fermo, fermo! Un gattino!". L'aveva visto arretrare saltando a zampette all'aria da sotto una macchina in doppia fila, per evitarne un'altra che passava di lì in quel momento. Scendiamo e ci mettiamo a cercare. Dopo una serie di rimpiattini tra un'auto e l'altra, questo gattino si infila in un motore. Inutili i tentativi della Principessa di infilare la mano... Le faccio "prova a miagolare!", lei segue il consiglio, e la minuscola creatura viene fuori e la prendiamo. Piccola, bianca e nera (come dimenticare quella macchia nera perfettamente rotonda sul dorso, o l'unico cuscinetto nero, quello dello sperone anteriore destro, intorno al quale una macchia di pelo scuro aveva imposto il suo colore?), con lunghe vibrisse sporche di robaccia tipo ragnatele impolverate, e soprattutto due occhioni rotondi verde-tartaruga...
Quall'amore di gatto, che avrà avuto due mesi, sarebbe diventato di lì a poco la mia Mya!
Col suo carattere dolce, il suo aggredire le dita di qualunque mano spuntasse dall'alto di una sedia, il suo attaccare i miei piedi al di sotto delle lenzuola, il suo accomodarsi sul mio collo appena spenta la luce, accompagnando la mia pre-ninna con le sue morbide fusa, il suo strusciamento muso-muso, le sue palline di stagnola portate in bocca in un luogo sicuro per essere comodamente sballottate, il suo mangiare dalle mie mani, il suo scuotimento di una zampa a caso o della coda post-pasto, il suo infinito amore di gatta e con tutte le altre mille cose che il mio cuore custodirà il più possibile fedelmente, ma sempre gelosamente finché non la rivedrò poi, Mya ha rempito la mia vita di quei doni infinitamente grandi che solo chi ama ricambiandolo un animale può capire. Alla maniera meravigliosa dei gatti.
Piangerò e riderò per sempre, grazie a Mya.






Purtroppo le uniche foto che ho di lei sono delle polaroid, e dovrei farle scansionare per mostrarvele. Per ora metto un dettaglio di un disegno di funazza (leggete più sotto...). È così che mi piace immaginarmela. Per me, quello è stata: una gattina danzante felice, sempre disposta a regalarmi un fiore. E io sempre l'ho amata, la mia piccola Mya.

postato da: Solarithan alle ore 14:07 | link | commenti (8)
categorie: poesia, amori, gatti, mya