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lunedì, 24 aprile 2006

Is fotografias e sa fotografa.


Oggi scrivo delle fotografie di Morettina.
È piuttosto difficile riuscire a delineare una struttura per questo post. Nel momento in cui lo concepivo non mi ero reso conto di quanti spunti offrisse, tra cui perfino un collegamento abbastanza diretto con i Pearl Jam (ma di questo parlerò meglio più in là).

Per chi non lo sapesse, Morettina è la moderatrice del forum di bloopers.it (please vedere e magari clickare i linki a lato). E solo per questo, spulciando tra il suo profilo e la sua firma nel forum, ho scoperto che fotografa e i siti che raccolgono le sue fotografie. E ho molto apprezzato i suoi scatti.

Ma andiamo per ordine.

Innanzitutto, una necessaria premessa: io non sono un esperto di fotografia, né credo di far riferimento a particolari chiavi di lettura nel momento in cui ne leggo una. Semplicemente, posso apprezzarla o no, e magari tirarne fuori un'interpretazione. Ed è una delle cose che farò in questa sede. Secondariamente non sarò solo io l'autore di questo post: Morettina stessa ne sarà parte attiva, con le sue foto, naturalmente, ma anche con le parole. È stata così gentile, infatti, da rispondere ad alcune mie domande in una specie di intervistina che si potrà leggere più avanti.

Le opere di Morettina si possono trovare a due indirizzi: il suo sito personale, e la sua galleria su deviantART. Proprio in quest'ultima ho scoperto con sorpresa e con quella sorta di entusiasmo da fan il collegamento ai PJ cui accennavo supra: il soggetto della foto intitolata Towards the sky è la stessa che abbellisce il booklet di Yeld e la copertina del singolo di Given to fly, solo da un'altra angolazione.

Se dovessi definire quella che potrebbe a mio avviso essere la spinta di Morettina verso la fotografia, lo farei dicendo che consiste nel palesare, per dargli forma e mantenerlo vivo, il suo legame con la terra. Con la terra dove vive, la Sardegna e in particolar modo Cagliari, con la terra delle donne e degli uomini, della natura più o meno trasfigurata, degli edifici, dei fiori, degli animali. Solo una foto, tra quelle presenti nel suo sito, non rientra in questo gruppo. È la prima che ho visto, e la prima che mi ha colpito. Non avendo badato al titolo, a una prima occhiata mi era sembrata una parete o qualcosa del genere, salvo poi scoprire che era il dettaglio di lana intessuta. Si intitola, infatti, Wool. Ha un nonsoché di intimistico, mi rimanda alla sensazione di un abbraccio, i suoi colori danno calore.

L'attenzione per il dettaglio si ravvisa soprattutto nella prima galleria, Architecture, dove l'obiettivo tende a sezionare l'ambiente urbano e a cogliere singole manifestazioni architettoniche, o al massimo a incitare a ciò che contorna il palazzo a stringersi e a provare a entrare nel fotogramma. Parlo di Where flying dreams come true, in cui l'occhio corre lungo le linee della struttura, salvo poi accorgersi di una luce che brilla più sotto e vuole farsi notare; di Chatting, dove l'aquila ascolta il mascherone lamentarsi di quella posizione scomoda; di Old Town, in cui un pezzo di Cagliari è affiancato da piante, rocce e dalla sensazione di calore del sole in un tutt'uno che mi sa di primo pomeriggio di relax.

La sezione People è quella che mi invita ad un'analisi più appassionata e magari confacente ai miei interessi. Come spesso succede, le foto di persone dicono molto di più di quello che apparentemente mostrano. Sanno parlare del soggetto, certo, ma anche dell'autore dello scatto, ne disvelano l'occhio e la presenza, raccontano storie e contesti e anime.
Life is heavy to carry on è un'immagine dettaglio e universale allo stesso tempo. È segno tangibile della fatica di una vita e di tante vite come quella. È anonima e personale allo stesso tempo. E marca nettamente la differenza tra la stanchezza costante, quasi eterna abitudine, della donna clochard e quella temporanea, un lungo sbadiglio d'attesa annoiata, del viaggiatore appoggiato al carrello sulla destra.
Rain of light racchiude l'essenza esteriore del rito religioso, manifestandone l'addobbo nello stendardo di Maria Stella del mare, nella divisa tirata a lucido del marinaio e nella pioggia pirotecnica, ma suggerisce anche allo sguardo profondo l'anima del rito stesso: nel corpo leggermente reclinato del giovane si intuisce l'attenzione e l'ascolto verso il rito, mentre dal contrasto netto luce-ombra traspare la forza misterica del momento rituale (e mi piace vedere che sul corpo che indica la presenza umana luce ed ombra siano in realtà gradualmente avvicendantisi; anima e corpo non possono far altro che convivere prevalendo o soccombendo secondo i momenti e le circostanze).
Regina è stupenda nel suo spiegarsi come descrizione densa (rubo spudoratamente e presuntuosamente la definizione a Clifford Geertz): presente e passato e futuro si fondono e scorrono attraverso gli occhi di Regina. Il passato alle sue spalle è offuscato, confuso, massa indistinta (per l'osservatore) di ricordi e vita che trovano forma netta solo nelle rughe del volto di lei. La donna è assorta, lo sguardo sembra essere perso ed errante, nostalgico e sognante, ma i riflessi sugli occhi sono segno di una consapevolezza indirizzata al futuro. Regina sa guardare avanti senza dimenticare, non volendo dimenticare. Con l'abito e gli orecchini tadizionali, questa donna, bellissima nel suo essere segno evidente di luoghi e tempi, è crocevia di epoche e vite.
L'esatto contrario della bimba di Sugar girl, del tutto proiettata solo nel suo presente di zucchero e dita da leccare, di sbarazzina vanità di trecce, di luce e colori. Se non fosse per quegli orecchini tanto simili a quelli di Regina...
I mondi di Regina e Sugar girl non sono distanti, non sono altro che parti sezionate di un continuum. Lo dimostra Granny's pride, in cui il presente di nonna e nipote ricongiunge e armonizza le singolari, distanti vite delle due foto precedenti, condendole di gioia e serenità.

Non mi soffermerò molto sulla sezione Sea and Land, se non per dire che sono splendide foto da cartolina (come una di loro esplicitamente fa intendere) molto curate ed evocative. Solo qualche parola per Freedom: immagine mozzafiato nella sua dinamica staticità, nel suo intensissimo istante di tensione in forte contrasto con la placidità del paesaggio.

Della sezione Nature adoro l'attenzione al particolare, al disvelamento di quello che compone i grandi paesaggi delle foto precedenti (un po' come la gerarchia delle foto di Architecture). Considero I'll catch you una foto del tutto riuscita negli intenti, secondo quanto dirà Morettina più avanti: mi fa ridere, tanto. Dream on sembra uno scorcio di savana. Flowers è la tenerezza resa immagine: gli espressivissimi occhi del cucciolo scaldano il cuore, e l'accostamento col fiore dà a quest'ultimo quasi una parvenza di vita animale.


Ed ora lascio la parola a Morettina. La ringrazio molto per aver risposto alle mie domande, permettendomi di porre la ciliegina su questa torta-post.


Allora, iniziamo con una di quelle domande un po' stupide e che, credo, possano significare tutto e niente. Perché fotografi, Morettina? E da quando lo fai?

Fotografo semplicemente perché mi capita spesso di imbattermi in immagini, scene, persone che mi suscitano un'emozione. Spesso si tratta di situazioni che per la loro natura fugace solo con la fotografia possono essere fermate: certe condizioni di luce, l'espressione di un viso, per esempio. Ho scoperto la fotografia molto tardi - diciamo circa tre anni e mezzo fa.

Quando fotografi, hai un soggetto o una categoria di soggetti preferita, concepisci gli scatti secondo categorie, o la disposizione delle foto sul tuo sito riflette un'organizzazione posteriore al momento della creazione dell'opera? Semplificando, fai foto pensando "questa è una foto architettonica, questa di paesaggio", oppure semplicemente apri e chiudi l'obiettivo e poi dici "Mmm, questa la metterò tra le foto di persone!"?

Ho iniziato soprattutto fotografando paesaggi naturali e angoli della mia città, che amo molto, ma più recentemente trovo interessanti anche alcuni soggetti umani. Non mi capita di andare in giro con la mia reflex pensando di scattare soltanto foto appartenenti ad una certa categoria: semplicemente mi guardo intorno e scatto tutto ciò che mi piace.  Le categorie in cui ho diviso le immagini nel sito nascono più che altro da una questione di praticità per il visitatore del sito stesso...

Penso che, nelle tue foto, natura e paesaggio umano è come se si trovassero in lotta, in un continuo fronteggiarsi. Penso giusto? E tu che pensi in proposito?

A volte sì, è vero che natura e insediamenti umani spesso appaiono in contrasto (soprattutto in alcune foto, Humans will not prevail o Menace over the town ad esempio).  Di solito comunque cerco di evitare di riprendere le brutture create dall'uomo, quando queste deturpano sul serio il paesaggio. E mi piace molto invece quando c'è una buona simbiosi fra i due piani.

Usi il fotoritocco? Per quale motivo?

Di solito uso il fotoritocco con la maggiore parsimonia possibile, soprattutto per migliorare il contrasto fra toni chiari e scuri, o in alcuni casi per rendere monocromatica una immagine a colori. Evito gli effetti speciali, i cambiamenti artificiosi delle tonalità e cose del genere. Trovo però che photoshop sia estremamente utile anche per il tipo di ritocco che faccio io, che normalmente sarebbe ottenibile in camera oscura con procedimenti piuttosto complessi. Digitalmente invece è tutto più semplice e rapido.

Vorresti commentare alcune delle fotografie da me preferite?

Con molto piacere :D

Building

Questo è uno dei pochi casi in cui il fotoritocco è piuttosto avanzato, in quanto è stato necessario correggere la deformazione prospettica data dalla lente. Volevo invece ottenere linee perfettamente dritte, e questo sarebbe stato possibile solo con alcuni obiettivi molto costosi o con macchine fotografiche a grande formato. Mi ha sempre colpito, questo edificio, per la solarità dei suoi colori in un contesto urbano molto grigio e per il suo carattere quasi da casa di bambola. E pensare che invece è la sede di una banca...

The city of fairies

Questa è stata scattata in un bel parco di Cagliari, Monte Urpinu, in un angolo tranquillo dove si sente un piacevole senso di armonia fra il verde e le abitazioni poco lontane. Quel giorno, poi, i toni pastello del cielo e quelli dei muri della città antica illuminati dal sole erano davvero spettacolari. L'atmosfera nel complesso era quasi fiabesca, da cui il titolo.

Chatting

Un dettaglio di una vecchia villa abbandonata, in un altro parco non lontano da casa mia. Mi piaceva la strana corrispondenza emotiva fra l'aquila e la maschera...

Life is heavy to carry on

E' una delle mie foto preferite... Tu che eri presente forse ricorderai che l'ho scattata di fretta prima che lei si accorgesse di essere ripresa. Questa infatti è l'unica immagine che sono riuscita a scattare. Quando si è voltata, avvertita da un'altra donna che mi aveva vista, ho smesso di riprenderla perché - giustamente - era parecchio infastidita, anzi, a dirla tutta, piuttosto infuriata... :D [come dimenticare le ingiurie e gli sputi in terra a mo'  di maleficio? n.d.R.] L'ho pubblicata comunque, sia perché non è riconoscibile, sia perché la vedo più che altro come un'immagine dal significato fortemente simbolico e come tale universale più che legata alla sua condizione individuale.

Regina

Questa donna, ottantenne, ha una faccia favolosa, secondo me. Tutta la sua storia è nei segni profondi del viso, nella tristezza degli occhi. Oltretutto indossa ancora il costume tradizionale sardo, in particolare una bella camicia orlata di pizzi. Credo che qui il tono seppia fosse un must...

Freedom

Un'altra delle mie preferite... Oltre alla bellezza del posto (le Rocce Rosse di Arbatax), ai colori bellissimi del mare e della pietra, personalmente mi trasmette ogni volta che la vedo un gran senso di gioia. Quel pomeriggio ho scattato diverse foto di questi ragazzi giovanissimi che si lanciavano dalle rocce, un paio di loro dal punto più alto. Questa però è la più significativa, soprattutto per la bellissima armonia del volo d'angelo.

I'll catch you

Mi piace l'idea che una foto possa regalare un sorriso. La buffa caccia delle anatre è divertente da fotografare, se si riesce a trovare il momento giusto. In questo caso sono stata abbastanza fortunata da poter sfruttare una buona composizione in diagonale. Peccato che le condizioni di luce non fossero delle migliori.

Flowers

Il piccolino era piuttosto intimorito, non sapeva bene cosa fare anche se la macchina fotografica lo incuriosiva molto. E' un'immagine molto tenera.


 


Come Perla quotidiana, corollario a questo post, ho scelto, giustamente, una canzone di Yield, Faithfull. La trovate qua, e ne leggete il testo qui. È tratta dal concerto al Velodromo San Sebastian, Spagna, del 26 maggio del 2000.

Buon ascolto, e grazie dell'attenzione.








postato da: Solarithan alle ore 15:11 | link | commenti (2)
categorie: natura, musica, poesia, perle, interviste, arti visive, fotografia, pearl jam
giovedì, 20 aprile 2006

De arte Funatia - cap. II.


Ci risiamo. L'artista ha artistato di nuovo e questa volta ha colpito ME!
Ebbene sì, in questa sua notte insonne (ben resa dalla foto) la funazza mi ha fatto il ritratto.

Portrait de Scrockman

Quello che vedete è Scrockman, ossia il sottoscritto così come è conosciuto altrove.
Il ritratto è riuscitissimo, ovviamente. L'unico appunto che potrei muovergli è che il naso è un po' corto, e con meno rilievi, e quindi la bocca è un po' distante. Ma è roba da nulla. E i capelli, quanto sono perfetti quei capelli! La barba, le orec... Ma... Funa', quanto grosso me l'hai fatto quell'orecchio?!

Di nuovo si presenta l'estesa finitudine funazziana: riesco a percepire la presenza di un lampione, più in là, e della notte che avvolge rarefatta e diffusa. Un gatto simboleggia le mie tre: Cleopatra, Mya e Lily in processione, venerate e veneranti, e portano come vessillo il tulipano giallo che è ulteriore simbolo delle cose che amo. E io le amo, infatti, sognante.

La cosa che più mi ha fatto piacere, ritrovando quel ritratto, stanotte, è il fatto che funazza mi abbia rappresentato non tanto come io sono, quanto come avrei voluto essere e sentirmi qualche ora fa...

Grazie funa'. Questo, soprattutto, non è solo un disegno a biro.

postato da: Solarithan alle ore 14:19 | link | commenti (10)
categorie: poesia, gatti, arti visive, pittura e disegno

The bastard that married his mum...

Qualche post più sotto, quello di Inside Man, annunciava questa canzone. Sto parlando di Better man, canzone di Vitalogy, ma scritta da Eddie Vedder, il cantante, già alcuni anni prima che il gruppo nascesse (se non erro, lo fece intorno ai 15 anni). Già dal titolo, e da quella premessa "The bastard that married my mum...", si capisce che di un maschio si parla. A quanto ne so, dovrebbe essere il secondo marito della madre di Vedder, non il padre naturale di questi. E il nostro Eddie non ne aveva grande stima.
Toccante il ritornello, e poi in particolre la frase "Talkin' to herself, there's no one else who needs to know...".
La potete ascoltare cliccando qui.
Questa è la versione tratta da un concerto del 2000 a Seattle, presente in video anche nella raccolta di performance dal vivo del DVD "Pearl Jam - Touring Band 2000".
Buon ascolto!

EDIT: a pensarci bene la frase "...di un maschio si parla" non è corretta. La canzone parla della madre di Vedder, e solo indirettamente del tizio.






P.S.: Le ultime frasi, quelle non presenti nel testo, sono improvvisate (oppure potrebbero essere una citazione di qualche brano che non conosco - i Pearl Jam lo fanno spesso). Dato che il mio orecchio verso l'inglese non dà sempre il massimo dei frutti che mi aspetterei, qualcuno di voi (uno a caso, tipo Bill...) potrebbe aiutarmi a capire quello che canta Vedder, per piacere? Mi fareste un favore immenso: non sapete quanto sia frustrante sentire quel brano in auto, sentirsi ribollire le vene di estasi e trasporto musicali però non poter cantare proprio quell'ultima parte. O meglio, biascicare parole inesistenti o quasi e poi ad arrivare a un liberatorio, quanto però incompleto "I GOTTA GOOOOOOOH - OOOOH - OOOOH...". Su, su: fatemi sentire un po' meno ridicolo!


 

postato da: Solarithan alle ore 11:48 | link | commenti
categorie: musica, perle, pearl jam
martedì, 18 aprile 2006

De arte Funatia.


Chi è funazza? Anzi, la funazza?

Boh, sinceramente non lo so. So solo che è valdostano, che è un metafisico d'essai, che studia Arte o Cinema o tutt'e due. E che fa dei ritratti meravigliosi.

Ci sono anche altre cose sue che si possono ammirare (qui), ma mi preme parlare soprattutto di quei suoi ritratti. I dipinti mi piacciono, hanno moltissimo di evocativo, ma dopo un po' i colori, i soggetti tendono a darmi delle sensazioni diciamo sgradite. Nulla di artistico da eccepire, però.

Ma i suoi ritratti no; quei disegni così semplici e così complessi mi hanno colpito in maniera profonda. Lui li definisce così: “sono solo dei disegni a biro”. Io dico “ok, ma anche no”. Biro o non biro, me ne fotto: sono piccoli universi finiti in miniatura. Finiti, sì, ma che non limitano il loro spazio ai margini del foglio.

Di funazza amo la capacità di realismo nel suo rendere in maniera estremamente fantasiosa i volti. È metafisico, dicevo: non solo tira fuori dei volti praticamente identici nella fisicità, ma li arricchisce, in un corpus unico, dei dettagli dell'animo, della metafisicità dei soggetti. Sono piccole opere complete, ci puoi trovare tutto dentro: lineamenti, spirito e fantasia, il tocco dell'artista, la personalizzazione interpretata dei soggetti. Funazza osserva, digerisce e restituisce le figure identiche e ri-create allo stesso tempo.

Ma andiamo sullo specifico, please. Premettendo che questi portrait sono raffigurazioni di membri del forum di multiplayer.it, e che potete trovare loro, le immagini e la relativa discussione all'indirizzo http://forums.multiplayer.it/showthread.php?t=268320, passo a dissertare su alcune di queste creazioni.


Bill con le droghe in testa


Non so se è la mia preferita o una delle mie preferite. È la prima a esser venuta fuori, credo. Mi ricordo che mi fece morire dal ridere, per via del contesto che la generò. Mi piace il suo essere una variante dell'immagine di uno scrigno aperto. Bill ha la testa aperta, vi spuntano animaletti e flora varia. Bill ride, è sereno, ha totale fiducia nella capacità delle sue droghe in testa di appagarlo. E qui l'estesa finitudine non interessa l'aldilà del foglio, ma l'aldidentro del cranio. Il mondo immenso sta lì, e la giungla visibile è solo una casuale visione di tutto l'ecosistema che si cela lì dentro. Chiudi, riapri ed ecco che altre creaturine si mostreranno. Un po' come la Zed di dylandoghiana memoria.


Portrait de Funker


Funker sta lì. Ti guarda e sembra dirti “cazzo guardi?”, bello tranquillo e uno zinzino sornione. Quasi ti irrita, con quegli occhi aperti a metà, sguardo dall'alto verso il basso senza sicumera, però; perfino il suo amichetto la pensa così, è stanco di questo modo di fare. Ma il suo amichetto gli è tanto amico, fuma con lui, deve esserlo per forza. Ma dentro Funker la vita pulsa, proprio gli occhi lo dicono. E la sigaretta è protesi e sfogo e corsia preferenziale di questa vitalità. È conduttura, contenitore di passaggio. È coprotagonista. Che altro ci sarà dietro le spalle di Funker..?


Portrait de Martox


Martox-creatore di mondi. Lo sguardo intenso, determinato. Il cranio con due porte, l'interno geologicamente stratificato come un pianeta, centro mobile (preferibilemente in direzione sghemba) di un universo figlio. “Le vedi quelle palle dietro di me? E quella che si muove da dentro di me? Beh, le ho fatte io!” mi dice Martox. E le palle si muovono, vanno dentro e fuori, intorno, dietro, davanti, su e giù. Oltre il foglio, vive l'universo-Martox.


Portrait de Brian O Blivion


Disegno scultura, questo ritratto. Brian O Blivion reso con un non finito metascultoreo, metà blocco di marmo e metà fluidità corporea. Vogliamo continuare con i meta-? Metarappresentazione dell'arte, quell'Arte tanto amata dal soggetto da essere fieramente portata a mo' di vessillo. Note e psichedelia, esperienza e storia dalla barba e dagli occhi. In questo caso l'estesa finitudine si dipana delicatamente in raggi luminosi e le note vi svolazzano leggiadre e morbide in mezzo. E Brian ti guarda, fiero nell'orgoglio di essere nero e bianco allo stesso tempo, di assorbire e riflettere.


Portrait di Alcoolwarriors


Nostalgia e crinature di soffuso dolore vengono fuori in maniera discretissima e piena di dignità. Commovente.


Portrait de Headshot


Altro bellissimo ritratto. Mi piace leggerlo così: in realtà non è il mostriciattolo a portare Headshot, ma è Headshot stesso a trasportarsi per mezzo delle sue sensazioni e passioni personificate in quell'houmunculus dalla livrea a motivi concentrici. L'escursionismo, il raccogliere uno stelo d'erba e succhiarlo, la fatica stessa sono fonte di gioia per Headshot e lui si lascia vivere da loro.


Portrait de Supergrem


Ecco, questo è il più estendibile universo funazzesco. Grem nuota nel mare, poliposo e medusoso, un mare di concordia e serinità. Ride delicatamente, ma traspare tutta la felicità soddisfatta di trovarsi lì. Le due figurine medusose chi sono? Suoi figli? Creature di cui lui è divinità? Sinceramente non lo so, ma la sensazione di relax placido e appagante che questo disegno mi trasmette è tanta. Mi crea il sorriso.


Portrait de Hob Gadling


Ecco, questo è un altro che mi ha colpito fin da subito. Non mi spiego bene il perché, però. Mi piace l'idea che mi dà il dentifricio-Hob. Non è venuto fuori così dal tubetto. Si è riplasmato. E ride, della serie “Ah ah! Eccomi qui! Son Hob, mi occuperò dei vostri denti, perché sono il migliore a poterlo fare!” Come non dargli fiducia?



In conclusione: queste sono, ovviamente, mie interpretazioni e letture di questi ritratti. Sicuramente gli intenti di funazza erano opposti, ma a me son risultati così. Ho voluto solo condividerli, far sapere quanto mi fossero piaciuti.

No, funa', non sono solo disegni a biro...


postato da: Solarithan alle ore 17:32 | link | commenti (13)
categorie: poesia, arti visive, , pittura e disegno
giovedì, 13 aprile 2006

Inside man.


Caldo caldo, ma tendente al tiepido, della visione di questo film. Stupefatto dalle aspettative non solo appagate, ma disattese in positivo. Non credo di aver visto altri film di Spike Lee, tranne l'altro unico di cui ho memoria, cioè Mo' Better Blues (con un ben più giovane e assai più sensuale Denzel Washington)... Inside man è il classico film che piace a me: plot complicato e sufficientemente fantasioso, personaggi ben resi, cura dei dettagli, ironia, tensione, durata luga ma non pesante, equilibrio, cast di qualità con attori fighi (Denzel Washington in primis, ma anche Willem Dafoe, Jodie Foster e la new entry nella mia lista personale Clive Owen).
Non sto a riportare la storia, perché ridurla all'accenno di trama presente su questo o quel sito, questa o quella rivista, sarebbe un po' sminuire la portata reale del soggetto.
La sceneggiatura è robusta: personaggi ben caratterizzati (fin nei dettagli, dicevo: ho adorato l'accarezzarsi il cappello , come pure la classica grattata di capoccia tipica di Washington, il colorito liguaggio del sikh in seguito al fermo della polizia, l'incedere malfermo del vecchio banchiere e via dicendo), gli elementi della storia intrecciati sapientemente, gli intelligenti flash-forward; perdipiù non mi è mai sceso il senso di aspettativa di sapere quello che viene dopo. Forse, e dico forse, per certe cose potrebbe essere prevedibile, ma non importa, a mio avviso: è un film che nell'insieme non mi ha deluso per niente.
Ottima la regia, capace di tirar fori una buona dose di azione, o di rilassatezza, o di velata tensione, o di attesa, o di risate al momento giusto, con inquadrature che non saprei tecnicamente definire bene (e quindi taccio), ma che ho gradito assai. Bel montaggio, e bella fotografia. Tollerabile anche il doppiaggio, e perché c'è Pannofino (e non c'era Lodolo), e perché ha saputo svolgere bene il suo lavoro.
Ho anche riso, dicevo, e di gusto, soprattutto per le battute e gli atteggiamenti di Frazier, il personaggio interpretato dal Denzellone, ma pure per la scena della donna albanese e le sue multe, o per il colorito linguaggio del succitato sikh incazzato contro chi lo chiama arabo e contro i "casuali" controlli di routine all'aeroporto.
Questo film, infatti, ha in nuce anche una certa dose di critica verso il mondo statunitense: pregiudizi razziali, messaggi di violenza veicolati perfino in quegli innocenti videogame per baNbini (memorabile il "Kill dat nigga!"), agganci economici binladeneschi. Il tutto, sempre secondo me, senza paternalismi o facili moralismi varî.
E quindi, proprio per questo (non continuo oltre a parlare del film, non sono un buon recensore, né è mia intenzione improvvisarmici; per questo rivolgetevi a Bill) per questo, dicevo, voglio proporre come Perla di questo post W.M.A..
Questa canzone (il cui titolo è l'acronimo, variamente esplicato dai Pearl Jam, di White Male American, White Man Armed, o White Male Asshole) parla di razzismo. Spiegò Jeff Ament, bassista del gruppo, ai tempi dell'incisione di Vitalogy, il disco che la contiene: "Il posto dove proviamo a Seattle è situato in un quartiere malfamato, ci sono sempre poliziotti in giro e aria di casino, neri che fumano crack in cortile e cose del genere. Un giorno Eddie è uscito per comprarsi da mangiare e penso che abbia visto qualcosa di particolare fra la gente del luogo e i poliziotti. E quando è tornato, abbiamo improvvisato una cosa che poi è diventata W.M.A." (Fonte: Pearl Jam - Come un uragano, libello della Giunti). Audio qui, testo qui. Il brano è tratto da un concerto ad Atlanta, il 3 aprile del '94. Canta qualcuno insieme a Vedder, ma non so chi sia. E per sapere qual è il brano che parla di that bastard that married la madre di Vedder (non il suo vero padre) aspettate la prossima Perla. E quella di Alive per sapere, più o meno, la storia che include Vedder, madre, padre vero e quest'uomo.
Grazie per l'attenzione, io mi rollo un tabacco, me lo fumo e vado a nanna.
Buon ascolto e un saluto!

postato da: Solarithan alle ore 02:26 | link | commenti (6)
categorie: musica, cinema, perle, pearl jam
sabato, 08 aprile 2006

È bellissimo...

...notare quante poche persone si fìlino di striscio questo blog...



postato da: Solarithan alle ore 17:50 | link | commenti (8)
categorie: riflessioni
giovedì, 06 aprile 2006

Arms wide open...

Oggi posto una Perla davvero bella, luccicosa e piena di riflessi. È una delle mie preferite, e di solito io non ho cose "preferite".
È Given to fly, una canzone di Yield.
Adoro questa canzone. Mi sa dare un senso di libertà davvero grande, mi fa annusare spazi aperti e intravvedere dietro le palpebre sprazzi di verde, viola, blu, nero luminoso, tutti in chiave decisamente brillante. E dico sprazzi intendendo proprio schizzi di colore, che nascono da quelle poche note ben articolate, messe lì non so quanto intenzionalmente o quanto estremamente ispirate. Accompagnano le visioni che sorgono dalle parole, fanno loro da contrappunto, si sovrappongono a cieloalberimarevento.
Sento e vedo questa canzone un po' come se parlasse di un eroe culturale, uno di quei personaggi che in tante varie culture riveste un ruolo di primaria importanza nel fornire mezzi di sussistenza - materiale o morale che sia - alle persone, e che spesso è venerato più di un essere supremo "ozioso", come si dice in gergo, che cioè non compartecipa alla vita degli uomini. Un po' come Prometeo, o come la Donna Grano di certi gruppi di Indiani del Nordamerica. (La Donna Grano, uccisa e poi squartata, generò dalle proprie membra il granturco che servì poi a sfamare gli Indiani - così recitano alcuni miti).
E l'eroe culturale di Given to fly, pur essendo più sfumato, diventa come un modello, come una sorta di archetipo di uomo libero e di esempio da seguire per raggiungere o ritrovare la libertà. È imprigionato, non so da chi o da cosa (forse da un tormento interiore), ma poi si scatena, evade, si fuma un tabacco su un albero (immagine stupenda per me, fumatore, mi trasmette un senso di contatto con la natura profondissimo), subisce il vento e il mare e riceve in dono delle ali. E gli viene concesso di volare. Ma non è sufficiente, vuole condividere questo dono, e come quasi sempre accade, uomini girgi, gretti meschini, dei faceless fuckers lo accoltellano, lo strippano. Ma il nostro eroe non molla, sparge amore imperterrito e lo stesso amore salvato e investito riceve. Ed entra nel mito, definitivamente. Sometimes is seen a strange spot in the sky, a human being that was given to fly... La sua figura è diventata di tutti, è simbolo, ormai: non è la gente che lo vede, ma è lui, quello strana macchia nel cielo, ad esser veduto, probabilmente indicata a dito e generatrice di voci ora esaltate ora sommesse in senso di devoto rispetto. Lui ha saputo donare amore e libertà. Ed è un eroe. Definitivamente.

Tornando con i piedi su questa terra, ahimé, preciso che il brano è tratto dal concerto al Velodromo San Sebastian, in qualche dove spagnolo, del 26 maggio 2000.
Buon ascolto, e saluti profumati di tabacco.

postato da: Solarithan alle ore 22:00 | link | commenti (3)
categorie: musica, poesia, perle, antropologia, culture, pearl jam
domenica, 02 aprile 2006

Niente tulipani, oggi, ma minuscole orchidee selvatiche.

Oggi sono andato con la Principessa a fare un'escursione organizzata da Legambiente per la promozione della creazione del parco dei Monti Lepini. A Roccagorga (LT), partendo dal Fontanile dell'arco e lì tornando, ho gustato per qualche manciata di decine di minuti il piacere della fatica in salita, del sapere (e anche vedere) degli allevamenti di Pony d'Esperia e di mucche maremmane lissù , sulla montagna (che piccole, che erano dal basso!), del veleno dell'elleborus foetida, delle piccole orchidee viola/blu a grappolo lungo il persorso, del tibb' tabb' che una volta si fumava, di come i terrazzamenti e i muretti a secco (le macere) e le cure degli uliveti permettono la sopravvivenza di quel territoro. Queste, e tante altre cose. Nondimeno ho goduto della zuppa di fagioli, della rappagacornuti sezzese (una zuppa di pane, fagioli, fave, zucchine, patate carote, cipolle), di olive  e salsicce locali, e di un vinello sincero (cit.).
E della frase di mio nonno, andato a trovare subito dopo: ai ragazzi, oggi, dovrebbero far vedere come cresce il grano.
Che sembra scontata, come frase, e un po' banale, ma riacquista tutto il suo senso, e la sua profonda verità quando penso all'effetto che mi ha fatto vedere un cavallo a distanza ravvicinata, ad accarezzarlo, per la prima volta in ventidue anni che campo.
Chissà come cresce il grano...


Un po' per un suo verso, un po' perché è stata scritta per la colonna sonora di Big Fish, e quindi mi fa pensare ai ricordi/racconti dei grandi vecchi, la Perla di oggi è Man of the hour. Ma in versione video, qui. Non badate agli orrendi capelli di Vedder, dovrebbero essergli ricresciuti, adesso, e aver riacquistato il loro colore...
E voglio quella chitarra.


P.S.: non è il massimo della grafica, ma, se vi interessa, il sito del parco dei Monti Lepini è questo.

postato da: Solarithan alle ore 16:36 | link | commenti (10)
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